Cover photo: ph. Bridgit Beyer
A New York, le strutture tubolari, le reti di protezione e le illuminazioni da cantiere applicate alle facciate dei palazzi sono talmente diffuse da essere diventate elementi familiari, quasi identitari dell’immaginario della città. A intercettarle e reinterpretarle è stato il team di 2×4 – studio multidisciplinare fondato a New York nel 1994 da Michael Rock, Susan Sellers e Georgianna Stout, che recentemente ha realizzato un involucro temporaneo per l’edificio dello store Prada, loro partner di lunga data, all’angolo tra la Fifth Avenue e la 56ª strada. Un doppio strato di teli semitrasparenti genera un effetto moiré che varia a seconda della luce, delle condizioni atmosferiche e del punto di osservazione. Da lontano la facciata appare compatta, quasi monolitica; avvicinandosi, invece, si apre, si alleggerisce e lascia intravedere la struttura sottostante. Di notte, un sistema di illuminazione lineare a LED dissolve delicatamente l’involucro esterno. Un intervento che riflette l’approccio olistico di 2×4 e la sua ambizione di costruire una narrativa coerente, capace di fondere ricerca, strategia ed esperienze visive e spaziali.
Come si inserisce questo progetto nella vostra collaborazione con Prada?
Si inserisce in una traiettoria più ampia che riguarda il modo in cui Prada utilizza l’architettura come mezzo di comunicazione. La facciata non viene trattata come una semplice superficie funzionale, ma come una vera e propria condizione architettonica. Partendo da un sistema standard di ponteggi — una struttura vincolata da regole e necessità tecniche — il progetto la trasforma in un dispositivo architettonico più definito. Qui si ritrova l’interesse costante del brand per le dualità: edificio e immagine, infrastruttura ed espressione, permanenza ed effimero.
Ci spiegate il ruolo della luce nel progetto, e se si allinea a un’idea coerente sull’estetica della luce già apparsa in altri progetti col Brand?
La luce è essenziale nel determinare il modo in cui la facciata si attiva nel tempo. Non viene trattata come un’aggiunta, ma come parte del sistema stesso, costruito come un insieme di elementi. In questo modo, amplifica la profondità percettiva e permette alla facciata di evolvere da superficie grafica a spazio più articolato e atmosferico. Nel nostro lavoro con Prada è costante l’interesse per il rapporto tra materiali e luce, capace di generare ogni volta ambiguità e slittamenti percettivi. Qui questa visione si applica a una struttura temporanea, che acquisisce una precisione e una presenza inaspettate rispetto al suo uso consueto.
In percentuali, quanto è un processo di lettura del brand e quanto invece di costruzione “nuova”?
Più che di una divisione, si tratta di un meccanismo di feedback. Il brand fornisce un framework, ma il progetto lo mette alla prova e lo estende attraverso forma, materia e percezione. In questo caso, siamo partiti da un sistema molto pragmatico, definito da logiche di efficienza e conformità normativa, utilizzandolo come vincolo per sviluppare qualcosa di più deliberato e architettonico. Il risultato è al tempo stesso un’espressione della sensibilità di Prada e una proposta su come queste strutture possano operare diversamente all’interno della città.
Si tratta di un’installazione temporanea ma estremamente visibile. Che tipo di esperienza volevate attivare nel pubblico?
L’intento era creare qualcosa che si rivelasse nel tempo, premiando uno sguardo attento più che offrire un’immagine immediata e definitiva. La facciata si trasforma in modo sottile e quasi impercettibile a seconda di come viene osservata. C’è chi l’incrocia distrattamente camminando lungo la Fifth Avenue e chi invece si ferma appositamente a guardarla. Alla base c’è anche un’idea più ampia: rimettere in discussione una condizione familiare. Il ponteggio, di solito percepito come un intralcio visivo, qualcosa da nascondere o ignorare, qui diventa un dispositivo attivo nello spazio urbano, capace di generare complessità e ambiguità. Anche se temporaneo, l’intervento suggerisce una possibilità diversa: che queste strutture diffuse possano essere più consapevoli, più integrate e capaci di restituire qualcosa a chi le attraversa.