E se le emozioni si potessero toccare? E i ricordi (ri)vedere? Domande a cui Otto Plesner potrebbe rispondere con le sue opere. Esponente di una ‘nuova’ generazione di progettisti che sta ridefinendo i confini del lighting design, spingendolo oltre la funzione scenografica, il designer e progettista danese, fondatore dello studio RenaiXance, si muove all’intersezione tra arte e scienza attraversando la percezione umana. Anche quella più intima. Nel suo universo creativo la materia luminosa non è mai semplice illuminazione, ma elemento vivo capace di trasformare le sensazioni, raccontare storie e dare forma a ciò che normalmente rimane invisibile. Cresciuto tra palcoscenici teatrali e fotografia d’autore, Plesner sviluppa fin da piccolo una sensibilità verso il potere narrativo della luce grazie a un’eredità familiare che si intreccia con una forte curiosità scientifica e che oggi si traduce in esperienze immersive dove dati biologici e stati interiori diventano progettualità.
Tra i suoi lavori, The Art of Memory, opera multisensoriale in sviluppo, che indaga il rapporto tra luce, suono e memoria, osservando come l’Alzheimer modifichi la percezione dell’ambiente e come gli stimoli luminosi possano evocare frammenti identitari. In Echoes of Eternity, le onde cerebrali dei partecipanti vengono tradotte in poesia visiva in tempo reale, mentre PULSE – Untold Festival trasforma il battito cardiaco del pubblico in frequenze, colori e pattern luminosi dinamici.
A questi si affiancano le produzioni internazionali tra teatro, performance e grandi eventi. Otto Plesner dimostra come la luce possa diventare uno strumento di rivelazione per portare a galla emozioni, memoria, pulsioni. In questo panorama, RenaiXance si configura come un laboratorio avant-garde in cui arte e scienza dialogano e, attraverso collaborazioni con neuroscienziati, musicisti e digital artist, sviluppa opere che superano la dimensione visiva per diventare esperienze trasformative, ponti tra ciò che è misurabile e ciò che è profondamente umano. Quindi non misurabile. Nell’intervista ‘Illuminata’ in Otto racconta il suo percorso, le influenze che hanno segnato la sua visione – incluso il rapporto con il padre, anch’egli lighting designer – e la ricerca che lo ha portato a esplorare la luce come linguaggio rivoluzionario e rivelativo.
Sei cresciuto in una famiglia artistica, con un padre lighting designer. Quando hai capito per la prima volta che la luce poteva diventare un linguaggio espressivo autonomo?
«Mio padre non era solo lighting designer, ma anche inventore di apparecchi illuminotecnici e pioniere delle prime tecnologie LED. Questo ha influenzato profondamente il mio modo di vedere la luce: non solo come strumento artistico, ma come fenomeno fisico capace di alterare la percezione della realtà. Mi spiegava come essa modella ciò che vediamo, influenza le emozioni e persino la nostra percezione del tempo. In fondo, non vediamo mai il mondo in tempo reale ma ciò che ha impiegato del tempo per raggiungerci. Questa idea mi ha sempre affascinato: la materia luminosa come ponte tra presente e passato.
Grazie a una collaborazione con la NASA, aveva inserito il mio nome in un sistema luminoso proiettato oltre la Terra. Ancora oggi, quando guardo le stelle, penso a quel gesto: alla luce come qualcosa che può viaggiare, lasciare tracce, raccontare una storia. Un altro insegnamento ereditato è stato comprendere che la visione non è passiva: il cervello costruisce la realtà combinando luce, memoria, aspettative e schemi. Questo significa che due persone possono percepire lo stesso spazio in modo completamente differente. Non parliamo, quindi, solo di illuminazione, ma di una forza che contribuisce a generare atmosfera, significato ed emozione. Ricordo anche che, durante una mia produzione, un lighting designer mi disse una frase che non ho mai dimenticato: “Non stiamo progettando luce, stiamo dipingendo grazie a essa”. È lì che ho capito davvero che è un linguaggio narrativo, capace di costruire mondi e raccontare storie ancora prima che inizi qualsiasi performance».
Trasformi dati biologici ed emozioni in esperienze luminose. Come scegli cosa tradurre in luce e come funziona, concretamente, questo processo?
«Alla base c’è sempre una fase di ricerca molto approfondita. Nel caso di Echoes of Eternity, lavoravamo principalmente con onde cerebrali: ricevevamo sia i dati grezzi, sia una loro interpretazione tramite il software neurale HABS, che li categorizza in stati emotivi come gioia, tristezza o rabbia. A partire da questo, lo studio DECOL ha sviluppato un sistema di codifica visiva in cui a ciascuno stato sono associati specifici colori e comportamenti luminosi. Questi parametri vengono poi tradotti in tempo reale in luce e contenuti visivi, che reagiscono continuamente ai dati in ingresso.
Per il progetto PULSE, invece, abbiamo lavorato con sensori biometrici in grado di rilevare il battito cardiaco dei partecipanti. In questo caso, l’intero sistema luminoso e visivo si sincronizza progressivamente con il ritmo del cuore: più a lungo si mantiene il contatto, più l’ambiente si allinea al battito, creando una ‘rete viva’ che risponde in tempo reale alla presenza umana. The Art of Memory rappresenta un ulteriore passo avanti, perché introduce una dimensione multisensoriale. Non si tratta solo di luce e immagini, ma anche di suono, movimento e stimoli olfattivi. I dati attivano simultaneamente questi elementi, costruendo un’esperienza complessa che riflette la relazione tra percezione, memoria e stati di coscienza. In questo lavoro, sviluppato in collaborazione con neuroscienziati, l’obiettivo è spingersi oltre la semplice visualizzazione del dato, cercando di interpretarlo in modo più profondo, fino a esplorare come la luce possa contribuire a evocare ricordi e a modulare la percezione stessa della realtà».
Nel tuo lavoro la luce sembra spesso un personaggio vivo che guida l’esperienza. Come riesci a bilanciare gli aspetti tecnici con l’intenzione poetica e narrativa?
«Tendo a vedere l’aspetto tecnico come una sfida affascinante, un’opportunità per spingere continuamente i limiti di ciò che è possibile. Di solito parto da un’idea narrativa molto chiara: so quale storia voglio raccontare con la luce e quale emozione voglio generare. Naturalmente nell’iter progettuale emergono spesso vincoli: di budget, tecnici delle apparecchiature, complessità di installazione. Ma è proprio in questi momenti che il processo diventa più interessante e invece di considerare questi limiti come ostacoli, li trasformo in occasioni per sperimentare e trovare soluzioni alternative insieme al team tecnico. Ed è in questo equilibrio cercato e trovato che nasce il mio lavoro: la tecnica non è mai separata dalla poesia, ma diventa il mezzo attraverso cui la narrazione prende forma. In fondo, non stiamo semplicemente progettando luce ma stiamo costruendo immagini, istanti, emozioni che insieme raccontano una storia».
In PULSE – Untold Festival, il battito cardiaco dei visitatori genera colori e pattern luminosi in tempo reale. Quali sono state le principali sfide, tecniche ed emotive, nel rendere visibile qualcosa di così intimo e invisibile?
«La sfida più grande è stata innanzitutto il contesto. L’installazione doveva essere realizzata nel cuore di una foresta, ma ci siamo trovati in un ambiente completamente diverso, molto più complesso da gestire dal punto di vista tecnico e strutturale. Quello che sembrava un limite è diventato però il cuore del progetto. Abbiamo deciso di non forzare lo spazio, ma di integrarlo: gli alberi sono diventati parte dell’opera, e la luce e i contenuti visivi hanno iniziato a dialogare con la natura, rendendo l’esperienza ancora più immersiva e organica. Un’altra grande sfida è stata il tempo e, invece di cercare di controllare ogni dettaglio, abbiamo scelto di accogliere questa condizione e lavorare in modo più istintivo. Questo ha influenzato anche l’approccio al dato biometrico. Piuttosto che costruire un sistema troppo elaborato, ci siamo concentrati sull’essenza: il battito cardiaco come impulso primario. È stato proprio questo approccio più ‘grezzo’ a rendere l’opera così potente. Il risultato finale, un sistema vivo, in cui la luce reagiva al cuore delle persone, trasformando un dato invisibile in un’esperienza collettiva, fisica ed emotiva».
Collabori spesso con neuroscienziati, musicisti e digital artist. Come queste partnership trasformano la tua visione progettuale?
«Le collaborazioni sono fondamentali. La mia base è sempre narrativa: voglio raccontare una storia e generare emozione. Ma per creare quell’unico momento immersivo, tutti gli elementi – luce, suono, dati, tecnologia – devono allinearsi perfettamente. Lavorare con neuroscienziati, musicisti e digital artist significa entrare in un flusso di apprendimento continuo. Ogni scoperta scientifica, ogni innovazione tecnologica o sperimentazione sonora può rivoluzionare la visione dell’opera. Questi specialisti mi aiutano a tradurre dati e concetti complessi in esperienze visive e sensoriali, espandendo il linguaggio della luce. La musica, in particolare, è il direttore invisibile dell’emozione: guida la percezione, dialoga con la luce e amplifica il racconto».
Nei tuoi progetti futuri, quale ruolo vedi per la luce nell’espandere la percezione umana e la comprensione di memoria ed emozioni?
«Ogni anno, ogni decennio, scopriamo nuove dimensioni della luce e del suo rapporto con il nostro mondo, i nostri ecosistemi e l’universo stesso. Credo che in futuro giocherà un ruolo ancora più centrale di quanto abbia fatto finora. Già oggi, nel campo artistico, le esperienze immersive basate sulla luce sono tra le forme più potenti e ricercate. Ma per me la dimensione luminosa va oltre l’estetica: non si limita a illuminare uno spazio, ma plasma come percepiamo ciò che ci circonda, come rispondiamo emotivamente, come ricordiamo oltre a influenzare l’atmosfera, il ritmo, l’intimità… In questo senso, diventa un ponte tra fisico ed emotivo, tra scienza e narrazione, tra ciò che è misurabile e ciò che non lo è (apparentemente).
Ad esempio, in The Art of Memory ed Echoes of Eternity, diventa un linguaggio pulsante per ciò che normalmente resta invisibile: emozioni, memoria, stati biologici, persino forme di presenza difficili da esprimere a parole. Non si tratta solo di illustrare dati, ma di dare forma alla fragilità e al mutamento. Quello che mi affascina di più è che, prima ancora che una storia venga raccontata o un performer entri in scena, la luce ha già iniziato a indicare come guardare, come sentire, come entrare in un’altra realtà. Credo che il futuro della luce non sia solo illuminazione, ma rivelazione: uno strumento per capire noi stessi, gli altri e il nostro posto nell’universo in modi nuovi e profondi».




