Per comprendere appieno il progetto di illuminazione della Vela di Calatrava è necessario fare un passo indietro e guardare alla storia dell’opera e al contesto in cui oggi si inserisce. La Vela nasce nei primi anni 2000 come fulcro della futura Città dello Sport di Tor Vergata, un grande complesso concepito per ospitare i Mondiali di nuoto del 2009 e destinato a diventare uno dei principali poli sportivi e universitari della capitale.
Il progetto, firmato da Santiago Calatrava, prevedeva un sistema monumentale esteso su oltre cinquanta ettari: due grandi arene gemelle, simmetriche, affacciate su laghetti artificiali, pensate per il basket, la pallavolo e il nuoto. Le coperture in acciaio e vetro satinato evocavano l’immagine di vele gonfiate dal vento, da cui il nome con cui l’opera è diventata iconica. Intorno, un campus universitario, piscine, spazi espositivi, parcheggi e una torre di novanta metri destinata al rettorato. Un masterplan ambizioso, simbolo di modernità e innovazione, che però si arresta prematuramente. I fondi si esauriscono, il cantiere si blocca, i contenziosi si moltiplicano. Di quell’impianto resta solo una parte realizzata: un’opera incompiuta, potente e fragile al tempo stesso, che per anni diventa emblema di abbandono e sospensione.
In occasione del Giubileo 2025, la Vela conosce una nuova fase. L’arena completata torna a essere uno spazio attivo, capace di accogliere migliaia di persone, inserita in un sistema di infrastrutture, verde e connessioni urbane che ne ridefiniscono il ruolo. In questo processo di riattivazione, il lighting firmato dallo studio Dolce e Luce, guidato da Barbora Nacarova e vincitore del Darc Award 2025, ha giocato un ruolo centrale nel restituire identità e presenza a un’architettura rimasta a lungo sospesa.
La Vela è rimasta per anni un’opera incompiuta. Da quale intuizione siete partiti per restituirle significato attraverso la luce e costruire il racconto del suo viaggio celeste?
«Il punto di partenza è stato il tempo trascorso sul luogo, in particolare nelle ore del tramonto. È in quel momento che la struttura rivela il suo carattere più intenso: la luce radente del sole attraversa il volume e lo colora di tonalità calde, dorate. Ci ha colpito l’idea che questa condizione, così suggestiva ma effimera, potesse essere prolungata e trasformata in esperienza. Da qui nasce il progetto: non come un’illuminazione statica, ma come un racconto che continua oltre il tramonto. La luce riprende le cromie del sole calante e le accompagna gradualmente verso atmosfere più silenziose, ispirate alla notte. Le transizioni sono lente, misurate, fino a suggerire l’immagine di un cielo notturno. La luce, in questo senso, non si limita a illuminare l’architettura, ma ne costruisce una narrazione: un passaggio continuo tra giorno e notte, presenza e dissolvenza, in sintonia con i cicli naturali».
In che modo l’intervento luminoso ha contribuito a trasformare questa “ferita urbana” in un nuovo landmark per Tor Vergata?
«Lavorare su un’opera firmata da un maestro come Calatrava non semplifica il progetto, anzi. La vera sfida non era illuminare un’architettura iconica, ma confrontarsi con una ferita aperta nel paesaggio urbano e nell’immaginario collettivo. La luce è diventata uno strumento per restituire respiro e senso a questo luogo, trasformando una cicatrice in una presenza riconoscibile. Oggi la Vela è tornata a essere un punto di riferimento per questa parte di Roma, non solo per la sua scala architettonica ma anche per il valore simbolico che ha riacquisito. L’intervento di illuminazione, realizzato dall’Agenzia del Demanio nel dicembre 2024 come contributo al Giubileo, ha segnato fin da subito una nuova fase. Non un gesto puramente scenografico, ma un segnale concreto di trasformazione e di avvio di un più ampio processo di rigenerazione urbana sostenibile».
Tra RGBW, sapiente scelta delle ottiche e controllo DMX, quali sono state le principali sfide tecniche e come avete modellato la tridimensionalità della Vela rispettando il contesto?
«Abbiamo osservato a lungo il comportamento della luce naturale sul volume nell’arco della giornata. La Vela non si rivela mai in modo uniforme: alcune parti emergono, altre restano in ombra. Non volevamo “illuminare tutto”, ma riprodurre questa stessa dinamica naturale fatta di contrasti, apparizioni e sottrazioni. Le sfide principali erano l’altezza della struttura — che raggiunge i 75 metri — e la complessità geometrica di un volume più vuoto che pieno. L’uso di proiettori RGBW con ottiche molto strette e un controllo accurato tramite DMX ci ha permesso di modellare la luce in modo preciso, evitando dispersioni. La tridimensionalità non viene forzata, ma emerge gradualmente, in continuità con il comportamento della luce naturale sull’architettura».
La collaborazione con gli osservatori astronomici ha avuto un ruolo chiave. Come ha influenzato il progetto e quali soluzioni avete adottato per limitare dispersioni luminose e rispettare le normative?
«La collaborazione con gli osservatori astronomici è stata fondamentale sin dalle prime fasi. La Vela si colloca all’interno di una zona particolarmente sensibile, in prossimità di tre osservatori e in un contesto vincolato anche dalla vicinanza all’aeroporto. Tutti questi elementi hanno inciso in modo determinante sulle scelte progettuali. Era essenziale rispettare pienamente la normativa regionale sull’inquinamento luminoso. Abbiamo quindi lavorato su un controllo estremamente preciso dell’emissione luminosa, evitando qualsiasi dispersione verso l’alto. Oltre all’uso di ottiche strette e orientamenti puntuali, sono state progettate visiere su misura per i proiettori, con l’obiettivo di ridurre ulteriormente le emissioni indesiderate. La tutela del cielo notturno non è stata un vincolo, ma parte integrante del progetto».




