SETUP Studio: progettare l’imprevedibilità con la luce

Lo studio sviluppa progetti immersivi in cui la luce diventa una forza attiva e generativa, che dà forma a scenografie in continuo mutamento. Tra controllo e imprevedibilità, ogni esperienza risulta unica e irripetibile.

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Highlights

Le variabili e l’imprevedibilità non sono mai state così centrali come nei progetti dello studio SETUP. Fondato nel 2018 da Dmitry Znamenskiy, Pavel Zmunchila, Anton Kochnev e Stepan Novikov, SETUP si concentra sulla costruzione di ambienti immersivi su larga scala – dai live show alle installazioni fino agli spazi per la cultura e il clubbing – integrando luce, architettura e tecnologia in un unico processo operativo. Alla base un’idea precisa: la luce non si limita a intervenire nello spazio, ma lo costruisce e lo modula grazie all’uso di superfici che si accendono, strutture e sistemi di controllo che operano in modo integrato.

Beams Thin Air

È così che nascono veri e propri mondi luminosi, luoghi dinamici in cui l’esperienza non è mai predefinita, ma si genera in tempo reale e in relazione a variabili come il tempo, il contesto e il pubblico.  Ogni progetto è one of a kind: esiste una sola volta e in quel dato momento. Questo approccio che trova applicazione tanto nelle opere quanto nelle produzioni su larga scala, ad esempio nei sistemi audio-visivi sviluppati per i tour dei Red Hot Chili Peppers, dimostra come la tecnologia può modellare la percezione che si ha dell’ambiente e aprire nuove possibilità di costruzione o manipolazione dell’immagine.

Il lavoro di SETUP si colloca tra controllo e variabilità, in quella fessura in cui ogni progetto prende forma come esperienza irripetibile. Ce lo racconta Dmitry Znamenskiy, Founder & Creative Director, che riflette su come sta cambiando oggi il design e il mondo degli spettacoli, sul ruolo dell’imprevedibilità nei sistemi generativi e su come luce e tecnologia contribuiscono a costruire opere, ambienti e immagini che si mostrano e trasformano in tempo reale.

Memory Terminal

SETUP opera nei campi dell’architettura, della performance e dei sistemi generativi in tempo reale, dove l’immagine sembra generarsi piuttosto che essere progettata. Ha ancora senso parlare di design tradizionale?

«Il design non è scomparso, ma si è trasformato. Non progettiamo più un’immagine finale, ma le condizioni in cui questa continua a generarsi: le geometrie, il comportamento della luce, le regole di un sistema generativo, l’interfaccia con cui un operatore lavora durante la serata. L’immagine che il pubblico vede è l’ultimo momento o strato, quello che appare alla fine del processo creativo, mentre tutto ciò che la produce e sta nel mezzo – dalle decisioni spaziali all’architettura del sistema, fino alla logica dei contenuti e alla relazione tra suono e luce – è parte integrante del lavoro e viene definito già in fase di progettazione. Non si tratta quindi di una contrapposizione tra design tradizionale e nuove forme, ma di una questione di collocazione dell’autorialità che, per noi, non risiede (solo) nell’immagine finale ma all’inizio e nel mezzo del processo, dentro il sistema e il suo framework».

Coil

In progetti come Coil o Lines, la luce non si limita a definire lo spazio ma sembra costruirlo. Per voi la scenografia è ancora il punto di partenza?

«La scenografia rimane il nostro punto di partenza, ma oggi lo spazio viene concepito come un unico materiale. In progetti come Coil, ad esempio, gli anelli Led non si limitano a illuminare una scena, ma diventano essi stessi l’installazione. Quando il pubblico la attraversa, non esiste più una separazione tra scenografia e immagine: tutto fa parte della stessa esperienza. In questo senso, la scenografia non è più uno sfondo, un palco, delle luci, la musica, ma il corpo stesso del progetto. Non è stata superata, piuttosto si è trasformata in un sistema continuo e integrato, sempre in mutamento. Questo approccio riflette una tendenza più ampia, in cui linguaggi e tecniche si intrecciano e la scenografia diventa sempre più multidisciplinare. Noi come artisti ci consideriamo parte attiva di questo processo».

Transmoderna

Lavorate spesso con sistemi generativi in tempo reale, in cui ogni opera è sempre diversa. Questa imprevedibilità è una scelta estetica o dice qualcosa di più profondo su come produciamo e percepiamo le immagini oggi?

«Entrambe le cose, e sono strettamente collegate. Durante uno show nulla è davvero stabile: cambia il pubblico come cambia l’energia del momento. In questo contesto, un video fisso risulta artificiale, perché non riflette ciò che accade davvero durante lo show, che è per sua natura instabile e in continua evoluzione. Allo stesso tempo, oggi le immagini vivono in un sistema di riproduzione continua: tutto viene copiato, tutto tende ad assomigliarsi. È qui che entra in scena un sistema generativo che fa l’opposto: produce un’immagine che esiste una sola volta, in quello spazio e per quelle persone. La dinamicità diventa così un modo per restituire all’immagine una presenza contingente e non replicabile».

Red Hot Chili Peppers, live 2022

Per il tour dei Red Hot Chili Peppers avete scritto algoritmi che generano immagini. Quanto è importante il controllo e, al contrario, quanto lo è l’imprevedibilità?

«Anzitutto non si tratta di concetti opposti. È proprio un controllo ben calibrato a rendere possibile l’imprevedibilità. Per gli show dei Red Hot Chili Peppers abbiamo sviluppato più di 150 algoritmi di scena e nessuno di questi è un video predefinito: ognuno è un sistema per generare contenuti unici e in tempo reale.

Questa modalità progettuale è in linea con l’attitudine della band che improvvisa continuamente: i brani cambiano struttura, durata, intensità, si trasformano in jam. Il lighting designer Scott Holthaus e i tecnici seguono tutto questo on stage, selezionando le scene e modulando i parametri attraverso una consolle. Il sistema di controllo è rigoroso proprio per garantire libertà a chi è sul palco e a chi lavora in regia. Se il controllo è debole, l’imprevedibilità diventa caos e non si riesce a gestire. Se invece è ben programmato, (l’imprevedibilità) può essere usata come parte del processo creativo. Questo equilibrio è il vero strumento del lavoro».
Art Club

In opere come Art-Club e in quelle immersive, il pubblico entra attivamente nello spazio e lo vive. Progettate più esperienze da osservare o ambienti da vivere?

«Non è una domanda a cui è facile rispondere in modo diretto, ma direi che si tratta di ambienti da vivere. Per prima cosa costruiamo fisicamente gli spazi, e tutto il resto si organizza a partire da questo. Con Art Club al Post di Houston, lo spazio deve funzionare come un ambiente vivo e continuativo, non come una struttura pensata per una sola serata, quindi fissa e rigida. Questo cambia tutto: la scala, le visuali, il modo in cui il sistema si comporta nei diversi momenti di utilizzo, dal più tranquillo al più intenso. Le persone non restano ferme a osservare poiché si muovono, parlano, ballano, tornano la settimana successiva. Il nostro lavoro è creare uno spazio che possa contenere tutte queste situazioni e rimanere vivo in modalità diverse in base alle circostanze. L’immagine è solo una parte del progetto, insieme allo spazio, alla luce e al movimento delle persone».

Extrema Belgium, 2022

Tra club, arte e spettacoli dal vivo, il vostro lavoro fonde sempre più la tecnologia e la percezione umana. Siete interessati a creare uno spettacolo o a costruire un rapporto diretto con il pubblico?

«Onestamente, la seconda opzione. Anche se sarebbe falso dire che l’idea di spettacolo non entri mai in gioco, ma nel lavoro concreto non è questo l’obiettivo. La tecnologia viene trattata come un materiale di progetto – in cui si integrano luce, codici, suono, struttura – e l’attenzione si sposta su ciò che accade alla persona che si trova dentro questo sistema. L’obiettivo è costruire una percezione più intensa dello spazio e della performance, un rapporto diverso con il tempo, e la sensazione che ciò che accade possa esistere solo in quel preciso luogo e momento. Quando uno show diventa spettacolare, di solito non è perché lo si è cercato, ma perché il sistema di relazioni tra i suoi elementi funziona. Al contrario, quando lo spettacolo diventa il fine, il risultato tende a svuotarsi: è rumoroso, ma senza profondità. E di questo tipo di spettacolo che vorremmo evitare».

Hai un progetto da raccontare?

Atmosfera è uno spazio aperto al dialogo. Se la luce è parte fondamentale della tua ricerca o di un tuo progetto specifico, siamo pronti ad ascoltarti. Selezioniamo progetti illuminotecnici, installazioni artistiche, progetti fotografici e storie capaci di esplorare il potenziale narrativo della luce.

Proponi il tuo portfolio o raccontaci un progetto a cui tieni.
Potrebbe diventare parte della nostra programmazione editoriale o dare il via a una collaborazione.

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