Cover: Julio Le Parc, Light. Colour. Action, Tate Modern, Londra. La più ampia retrospettiva britannica dedicata all’artista ripercorre oltre settant’anni di ricerca su luce, colore e movimento. Foto © Tate Photography (Kathleen Arundell).
«Così ho iniziato a utilizzare le lucine non per la luce in sé, ma come elemento che mi aiutasse a visualizzare le immagini e, gradualmente, mentre sperimentavo diverse opere, mi sono reso conto che c’erano altre possibilità».
Julio Le Parc racconta in un’intervista del 2014 con Caroline Menezes su Studio International il passaggio decisivo della sua ricerca: la luce, dice, può essere intesa come uno strumento capace di generare immagini e di mettere in crisi le percezioni, tanto da modificare il rapporto tra opera e spettatore.
La grande monografica Julio Le Parc: Light. Colour. Action, visitabile fino al 3 maggio 2027 alla Tate Modern di Londra, ripercorre oltre settant’anni di lavoro dell’artista argentino, scomparso lo scorso 30 maggio, attraverso più di sessanta opere, dalle prime sperimentazioni ottiche degli anni Cinquanta fino alle installazioni e alle ricerche cromatiche più recenti. Il percorso espositivo, concepito come una sequenza dinamica di ambienti, riflette uno dei principi fondamentali della sua pratica: l’opera non è un oggetto statico da osservare a distanza, ma un fenomeno che si completa attraverso il movimento e la presenza fisica di chi la attraversa.
Dall’Argentina alla Biennale di Venezia
Nato in Argentina nel 1928, Le Parc si trasferisce a Parigi nel 1958, in un contesto artistico incentrato sulle ricerche sull’astrazione e sulle sperimentazioni tecnologiche. Nel 1960 partecipa alla fondazione del Groupe de Recherche d’Art Visuel (GRAV), collettivo che mette in discussione l’idea tradizionale dell’opera come oggetto concluso e dell’artista come unico autore. Nel 1966 vincerà il primo premio alla Biennale d’Arte di Venezia, mentre, parallelamente alla ricerca artistica, manterrà un forte impegno civile. Difensore dei diritti umani e oppositore delle dittature latinoamericane, nel 1972 rifiuta di realizzare una mostra retrospettiva al Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris, lasciando la decisione al caso attraverso il lancio di una moneta.
Negli anni Settanta la sua attività espositiva rallenta e il suo lavoro riceve meno attenzione sulla scena internazionale, ma continua nel corso dei decenni a lavorare con luce e movimento, realizzando nuove sculture come la serie Torsions nel 2004 e ottenendo importanti riconoscimenti, tra cui la mostra personale al Palais de Tokyo di Parigi nel 2013.
La mostra alla Tate Modern
La mostra nell’istituzione londinese si apre con la serie Surfaces, realizzata dopo il suo arrivo a Parigi alla fine degli anni Cinquanta. Nei dipinti e nelle gouache in bianco e nero, forme geometriche ripetute secondo sequenze matematiche producono effetti di instabilità ottica, così come nei lavori del 1959, Instability e Progressive Sequences, la superficie sembra vibrare e mutare davanti allo sguardo. Le Parc lavora anche sul fenomeno dell’immagine residua sulla retina, utilizzando contrasti cromatici e strutture modulari per coinvolgere l’occhio in un processo attivo di completamento dell’opera.
Queste ricerche conducono rapidamente all’esplorazione della tridimensionalità della luce, e sempre nel 1959 Le Parc realizza le prime Light Boxes, meccanismi in cui sorgenti luminose, materiali trasparenti e superfici riflettenti producono sequenze visive in continuo mutamento.
Da questa sperimentazione derivano i Continual Light Mobiles, sviluppati a partire dal 1960: elementi sospesi, superfici metalliche e materiali riflettenti intercettano fasci luminosi dando luogo a configurazioni varie e impossibili da fissare in una forma definitiva. Dalla stessa ricerca scaturiscono Unique Continual Light Cylinder (1962) e Vibrating Light – Tulles (1968), opere in cui rifrazione e variazioni luminose giocano con la dimensione spaziale.
Accanto alla luce, il colore rappresenta un altro elemento fondamentale della ricerca di Le Parc. Nel 1959 l’artista argentino sviluppa una tavolozza di quattordici colori, utilizzata come sistema combinatorio nelle serie successive, dal Colour Project alle Modulations e alle Alchemies.
La scultura Blue Sphere (2001-2022), acquisita dalla Tate nel 2024, riprende la logica dei suoi dispositivi cinetici attraverso superfici riflettenti e variazioni che regolano continuamente il rapporto tra l’opera e il pubblico.
Una nuova opera site-specific
Un nuovo Continual Light Mobile realizzato appositamente per l’esposizione e collocato nell’atrio del Blavatnik Building della Tate Modern estende questa ricerca al presente accogliendo i visitatori. L’opera ribadisce un’idea centrale nella pratica di Le Parc, quella della luce modellatrice dello spazio, attraverso il movimento e la relazione con chi lo attraversa.
Interrogato sul modo in cui il pubblico contemporaneo, immerso in una quantità sempre crescente di immagini e stimoli, avrebbe accolto le opere nate negli anni Sessanta, Le Parc rispondeva: «Penso che le persone le vedranno nello stesso modo. Sono l’opposto del sovraccarico. Oggi siamo circondati da immagini e luci provenienti da ogni direzione, ma spesso ci si perde, manca un filo conduttore, una connessione più precisa. Nelle mie opere, invece, la ricchezza nasce dalla moltiplicazione, dalle variazioni e dalle successioni all’interno di una stessa esperienza».