Cover: Installation view della mostra “Jenny Holzer. Wrong Answers” al Museo Serralves di Porto. Foto Fondazione Serralves.
Che cosa accade alle parole quando il loro significato diventa una questione di potere? Nel testo dedicato alla mostra curata da Philippe Vergne Jenny Holzer. Wrong Answers al Museo Serralves di Porto fino al 1° novembre, la curatrice statunitense Nancy Spector apre una riflessione sul rapporto tra linguaggio, democrazia e verità a partire dal motto del Washington Post, “La democrazia muore nell’oscurità” (“Democracy Dies in Darkness”). «Le parole sono la luce che squarcia quell’oscurità, tenendo il potere sotto controllo grazie a fatti incontaminati, prove inconfutabili e opinioni critiche basate sulla realtà empirica», afferma Spector, descrivendo le parole come una forza capace di contrastare l’ombra che deriva dalla mistificazione della realtà e dalla censura. È proprio questa necessità di rendere le parole evidenti e fragorose alla vista che rende la luce un’arma di resistenza nell’opera di Jenny Holzer: è attraverso la luce che le parole prendono forma in silenzio, e acquisiscono una dimensione pubblica.
Quarant’anni di ricerca, sul potere della parola
La mostra in corso al Museo Serralves ripercorre oltre quarant’anni di ricerca dell’artista, dalle prime opere della fine degli anni Settanta alle produzioni più recenti, interrogandosi sul ruolo delle parole in un momento storico segnato dalla sovrabbondanza di contenuti visivi e scritti, in cui il linguaggio rischia di perdere di significato. Attraverso opere che alternano scrittura e cancellazione, dalle rielaborazioni pittoriche di documenti governativi censurati, ai frammenti delle proprie sculture in pietra distrutte, Holzer mostra come le parole possano amplificare idee e percezioni, ma anche essere svuotate del loro valore.
Nel corso della ricerca dell’artista americana, il rapporto tra parola e luce assume forme diverse a seconda dei media utilizzati. I poster delle serie Truisms e Inflammatory Essays, affissi clandestinamente nella New York della fine degli anni Settanta, sfruttavano la luce riflessa della città per inserirsi nel flusso quotidiano della comunicazione urbana, accanto a pubblicità e annunci politici. Le incisioni nella pietra della serie Stoneworks virano verso una dimensione più lenta e ambientale, affidata al rapporto tra le superfici incise e il contesto in cui le lastre e le panchine di marmo vengono collocate. Con l’introduzione dei LED, a partire dal 1983, il linguaggio entra in una dimensione nuova: la parola vive di luce propria, diventa movimento e colore, e l’interazione con il pubblico è quasi un’esperienza performativa.
L’arrivo del LED
Questa trasformazione raggiunge una particolare intensità nelle opere LED presentate nella mostra. Due strutture luminose occupano una sala buia: una riproduce centinaia di messaggi pubblicati da Donald Trump sui social network, mentre l’altra li rielabora attraverso una riscrittura prodotta dall’intelligenza artificiale, ancora più aggressiva e incontrollata. Il movimento continuo delle colonne, il rumore dei motori e la variazione incessante dei colori coinvolgono il visitatore prima ancora della comprensione del contenuto. La luce sembra dettare così il ritmo della comunicazione contemporanea, caratterizzata dalla velocità, dalla ripetizione e dalla difficoltà di distinguere l’informazione da contenuti manipolati e spettacolarizzati.
La stessa tensione tra ciò che viene mostrato e ciò che viene nascosto attraversa le opere pittoriche, come i Redaction Painting, illuminati dalle stesse due colonne LED. Grandi tele nere, sulle quali sono stati trasferiti dall’artista alcuni documenti governativi censurati, su foglia metallica coperta da campiture scure. Le superfici sembrano negare l’accesso al testo, ma piccole crepe lasciano emergere bagliori dorati che suggeriscono una memoria impossibile da cancellare completamente. Come osserva Nancy Spector, queste opere rendono la censura in un’immagine visibile, che mette in scena il conflitto tra rivelazione e occultamento.
Sopravvivere alla censura
L’intero percorso espositivo può essere letto attraverso questa continua oscillazione tra ciò che si vede e ciò che è cancellato. I banchi in pietra incisi, i sarcofagi della serie Laments (1989), le ossa umane avvolte dai testi in Lustmord (1993–95), le pitture e le installazioni luminose appartengono a una stessa ricerca sul destino delle parole e sulla loro capacità di sopravvivere alle azioni che cercano di limitarle. La nuova installazione Broken (2026), frammentata in più stanze della mostra, porta questa riflessione alla sua forma più estrema attraverso l’atto del distruggere: le panchine in pietra incise vengono frantumate, reliquie di un linguaggio spezzato, mentre le installazioni LED, anch’esse frammentate, sono i resti di una comunicazione instabile e caotica.
Testi dell’artista e della poetessa Anna Świrszczyńska si muovono nello spazio evocando guerra, violenza e perdita di controllo. L’opera riflette così sui rischi del potere incontrollato e sulle tensioni generate dalle nuove tecnologie, inclusa l’intelligenza artificiale. In Broken, la distruzione non coincide con la scomparsa del linguaggio. I frammenti di pietra e le insegne LED spezzate mostrano come ogni tentativo di cancellazione produca, paradossalmente, nuove possibilità di lettura.