Filippo Mambretti: la sensibilità è capacità di osservazione

Da giovanissimo, un incontro fortuito con Bruno Munari segna la traccia della sua strada professionale, avvicinandolo al progetto e alle sue declinazioni. L’entusiasmo di quel Maestro, così aperto sul mondo, da allora è rimasto il suo faro, insieme a un approccio che vede il design come risultato di una scelta di significato e di cultura.

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Product designer con base in Svizzera, vincitore di numerosi premi e contest anche internazionali, Filippo Mambretti nel suo lavoro ama dosare creatività e disciplina, pragmaticità e libertà, seguendo una chiara identità progettuale che si muove tra immaginazione, osservazione e pensiero critico, molto interessata all’idea di evoluzione progettuale consapevole: «migliorare senza cancellare, aggiornare senza tradire, innovare senza dimenticare». Tra prodotti d’arredamento, illuminazione e gioielli, passando dalla direzione artistica, alla scenografia e allo styling, Mambretti è un grande osservatore dei paradigmi della società contemporanea: un designer di forma ma soprattutto di contenuto.

Partiamo dalle origini: quali esperienze e persone ti hanno acceso l’innesco per diventare designer?

«Il primo imprinting progettuale nasce in famiglia. Sono cresciuto tra le botteghe dei miei nonni: Natale, il nonno paterno, era gessista e modellava il materiale con una naturalezza impressionante. Realizzava figure anatomiche, cavalli in movimento, busti classici. Era autodidatta, ma possedeva una sensibilità plastica rara.

Mio nonno materno, Angelo, invece, era falegname, tradizione poi portata avanti da mio zio Carlo. Dentro questa vecchia bottega ho passato moltissimo tempo, da bambino osservavo tutto come se fossero pezzi magici: macchinari, attrezzi, legni, polvere, materiali. Mi colpiva profondamente il fatto che da elementi apparentemente semplici potessero nascere mobili intarsiati, sculture e oggetti pieni di carattere. Quello che mi ha segnato davvero, di loro, è stato l’atteggiamento verso la vita. Erano una generazione uscita dalla guerra che cercava, attraverso il lavoro e la creatività, di ricostruire qualcosa di bello. Questa idea del progetto come forma di riscatto e dignità mi accompagna ancora oggi».

Radioso di Galimberti Nino

Qual è stato il tuo primo progetto?

«Dopo la scomparsa dello zio Carlo, recuperai parte del materiale presente nella sua bottega. Trovai alcuni vecchi fogli di paglia di Vienna, li immersi in acqua per ammorbidirli e li utilizzai per creare una delle mie prime autoproduzioni: Carletto, una lampada in suo onore. Era un semplice faretto alogeno inserito in un disco di ciliegio attorno al quale era arrotolata la paglia di Vienna. La luce proiettava sulle pareti la trama intrecciata creando un ambiente tridimensionale. Fu il mio primo progetto esposto al Salone del Mobile.Milano».

Carletto, autoproduzione

Parlaci dell’incontro con Bruno Munari…

«Risale agli anni adolescenziali, Munari fu invitato a una conferenza organizzata dalla mia preside presso il CLAC di Cantù, la storica Permanente del Mobile, realtà che riusciva a mettere in relazione progettisti, aziende, studenti e cultura del design: uno spazio dove idee, industria e sperimentazione dialogavano concretamente. Sentire Munari parlare di progetto con l’entusiasmo di un ragazzo fu per me una folgorazione. Ricordo di aver pensato: da grande voglio avere quella stessa energia parlando del mio lavoro».

Tra materia, luce e proporzione, cerco un equilibrio tra cultura del design, intelligenza funzionale e sensibilità contemporanea. Che cosa intendi, esattamente, quando parli di sensibilità?

«Non mi riferisco semplicemente all’estetica. Per me sensibilità significa soprattutto capacità di osservazione. Significa riuscire a percepire come stanno cambiando le persone, i loro comportamenti, i bisogni reali, ma anche il loro rapporto con gli oggetti, con gli spazi e con il tempo. Un oggetto non vive isolato: entra nella vita delle persone, modifica gesti, abitudini e percezioni, integrandosi con dinamiche che definiscono il contesto e la società per cui quell’oggetto è stato pensato. Per fare un esempio: una lampada non produce soltanto luce. Costruisce atmosfera, memoria, intimità. La vera domanda non è soltanto: Come si accende una luce, ma: Che tipo di luce serve? Come si diffonde? Dove? Per accompagnare quale esperienza? Oggi sensibilità significa anche responsabilità. Non possiamo più progettare ignorando temi come la durata degli oggetti, la sostenibilità, l’eccesso produttivo o l’obsolescenza estetica».

La lampada Lume ha vinto l’edizione 2025 dei LIT Lighting Design Awards. Il paralume in cuoio, che richiama una forma organica, confeziona un pezzo ricco di sfaccettature…

«Lume nasce da un’esigenza molto precisa del brand Enrico Pellizzoni: entrare nel mondo del lighting attraverso un prodotto coerente con l’identità dell’azienda – esperta nella produzione di arredi in cuoio –, ma che al tempo stesso fosse semplice da industrializzare e produrre.  Per questo ho sviluppato una lampada essenziale dal punto di vista tecnico; volevo evitare complessità inutili, sia produttive che di assemblaggio, dedicando il vero cuore del progetto alla percezione visiva e alla qualità artigianale del dettaglio. Anche le cuciture sartoriali lasciate a vista hanno un ruolo importante: non servono soltanto a costruire il paralume, ma diventano parte del linguaggio estetico. Uno degli aspetti più interessanti riguarda poi la possibilità di dare continuità all’oggetto sostituendo il paralume e utilizzando una precisa logica di recupero produttivo attraverso sfridi e scarti di lavorazione di cuoio e pellami provenienti dalla produzione aziendale».

Lume, Enrico Pellizzoni

Anche la sospensione Elo ha vinto due premi (Good Design Awards e Archiproducts Design Award), ed è tecnicamente molto interessante, nella sua dinamicità. Dove hai preso ispirazione?

«Elo nasce da una passione che ho sempre avuto per l’arte cinetica, per il movimento, seguendo artisti come Alexander Calder e Jean Tinguely. Mi affascinava l’idea di creare qualcosa che avesse una forte componente artistica e dinamica, ma che fosse anche un vero prodotto di industrial design, risolto bene dal punto di vista tecnico. Gran parte degli oggetti d’arredo sono statici, occupano uno spazio e lo definiscono sempre nello stesso modo.

Elo, Brokis
Con Elo volevo invece introdurre un principio di trasformazione continua, attraverso un gesto relazionale che permettesse all’utente di modificare la composizione della lampada o la percezione dello spazio. Da qui il sistema dei tre archi in alluminio mobili, che possono aprirsi, restringersi e generare configurazioni differenti».

Loop è una lampada che pensa invece alla versatilità: due anelli luminosi, diversi per diametro e posizione, creano un gioco di volumi e prospettive.

«L’idea era di reinterpretare il concetto di plafoniera in maniera non convenzionale: normalmente questo tipo di lampade tende a rimanere molto vicino alla superficie del soffitto. Con Loop, invece, volevo che il corpo illuminante si staccasse fisicamente e percettivamente dal soffitto, creando una presenza più architettonica e scenografica nello spazio.

Loop, Italamp

Da qui la scelta di sviluppare due anelli luminosi posti su livelli differenti: il ring superiore diffonde una luce morbida e ampia, mentre quello inferiore serve ad avvicinare maggiormente il punto luce allo spazio abitato, creando un’illuminazione più direzionale e funzionale, utile a valorizzare dettagli, superfici e texture. La lampada può essere letta come una composizione geometrica sospesa, capace di generare differenti profondità – anche grazie a uno specchio sistemato nel ring più grande – e livelli di percezione all’interno dell’ambiente».  

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