Cover foto Kasia Gatkowska
I festeggiamenti per i 20 anni della lampada Twiggy di Foscarini sono andati in scena durante l’ultimo Fuorisalone milanese. A celebrare l’icona firmata da Marc Sadler, un allestimento di Ferruccio Laviani nello showroom milanese del brand, coronamento di un successo inatteso per una piantana dall’aspetto semplice, entrata fin da subito nell’Olimpo dei pezzi di design senza tempo.
Da una canna da pesca a Foscarini
Twiggy è una lampada che riprende una tipologia consolidata – l’arco – e la stravolge, creando un oggetto dalla personalità totalmente diversa dalla capostipite, più leggiadra, sbarazzina, dotata di un’eleganza che nasce dalla sottrazione. Ripercorrendo la genesi di Twiggy, Marc Sadler ha condiviso alcuni aneddoti: «Twiggy non è nata da un giorno all’altro. C’è stata innanzitutto l’idea che mi ha intrigato: una specie di scultura che mi ero costruito a casa con una canna da pesca, un filo e una lampadina in fondo, tenuta su da un manichino che sembrava un pescatore. Un divertissement che però mi piaceva. Poi c’è stato l’incontro. Su un vaporetto, a Venezia, con uno dei soci fondatori di Foscarini, Alessandro Vecchiato.
Stavo per partire per Taiwan dove si producevano delle racchette da tennis in fibra che avevo progettato e lui mi ha chiesto di farmi venire qualche idea per usare quel materiale per realizzare lampade prodotte non industrialmente ma comunque di serie, con costi più contenuti possibile. Ho detto che ci avrei riflettuto, ma dentro di me pensavo: «non ha senso, o fai artigianato o fai industria».
Twiggy nasce da un disegno, ma soprattutto da una riflessione sui materiali, presi dal mondo della pesca sportiva. La base discreta in metallo regge un’asta dalla curva ampia, fatta in fibra di vetro rinforzata e carbonio; resistente e sottile, consente all’insieme un’oscillazione leggera e regge il diffusore colorato in fibra di vetro pigmentata con resina.
Le canne da pesca sono pensate per essere resistenti e flettersi il meno possibile. Sadler, come racconta, era alla ricerca di qualcuno che potesse invertire la rotta: «Dopo mesi ho trovato un produttore di canne da pesca artigiano che si è prestato al gioco e ha modificato tutti i suoi parametri: normalmente un’asta di questo tipo è fatta per essere il più rigida possibile, flessibile solo sulla punta. Io invece chiedevo una flessibilità costante. Il bello di alcuni prodotti, e Twiggy è uno di questi, è che la tecnica non si vede, è all’interno. È come una pianta, un fiore: l’asta è una sfida tecnologica importante, ma non appare come tale. E questo mi piace davvero».
Fun fact: dall’ideazione alla presentazione di Twiggy sono passati ben 5 anni. Una gestazione lunghissima, servita per trovare la soluzione migliore e individuare il terzista a cui affidare la produzione.
L’origine del nome ‘Twiggy’
La piantana è stata battezzata Twiggy, come la modella britannica, icona della Swinging London, con cui condivide sottigliezza e portamento fiero. A tal riguardo, Sadler si lascia andare a una confidenza: «È sempre difficile trovare un nome perché bisogna conoscere intimamente il progetto. A volte le aziende chiedono a un consulente una banca dati di cinque nomi da valutare; fa tristezza, perché vai a occupare un territorio per non essere disturbato, ma non è mai in relazione con la progettazione.
I nomi noi invece li inventiamo in studio, con l’azienda. Se ne occupa mia moglie Paola, che è bravissima. Con Twiggy ha tradotto il movimento sinuoso, l’essere esile e quasi dinoccolata, l’altezza, è tutto centratissimo. E davvero non potremmo chiamarla altrimenti».
L’evoluzione e la nascita di una famiglia completa di lampade
Indiscussa icona del marchio, in questi due decenni Twiggy ha saputo evolversi restando però sempre fedele a sé stessa. Oltre alla versione originale, sono state inserite a catalogo declinazioni a sospensione e a soffitto, fino a Twiggy Elle, con uno sbraccio più ampio. Ci sono inoltre le versioni outdoor Twiggy Grid eTwice as Twiggy per progetti su larga scala.




