Cover: Lampada “Bilboquet” di Philippe Malouin
Se dalla cerimonia di premiazione della XXIX edizione del Compasso d’Oro, avvenuta lo scorso maggio, la Fiat Topolino sembra essere uscita come una delle grandi protagoniste, premiata dalla giuria e consacrata anche dal gusto del pubblico – tanto che chiunque ne sta scrivendo, e sempre di più la stanno eleggendo a status symbol – a noi viene spontaneo soffermarci su un altro oggetto tra i venti premiati di quest’anno. Un progetto che parla il linguaggio che più ci interessa, quello della luce; più piccolo nelle dimensioni, certo, ma non nell’ambizione progettuale. Si tratta di Bilboquet, la lampada da tavolo disegnata da Philippe Malouin per Flos.
Tutto ha origine da un giocattolo del Cinquecento
Una sfera, un cilindro e un lungo cavo che, anziché essere nascosto, viene integrato cromaticamente e formalmente, assumendo la stessa dignità di ogni altro elemento della lampada. È in questa idea di equilibrio e semplicità ereditata dal passato e reinterpretata in chiave contemporanea che risiedono sia la personalità di Bilboquet sia, senza ombra di dubbio, il prestigio che oggi la contraddistingue.
Dal passato, dicevamo, perché l’idea della lampada è indissolubilmente legata all’omonimo gioco in legno di cui si trovano tracce già presso le civiltà asiatiche e indigene del Nord America, ma che nel Cinquecento raggiunge una straordinaria popolarità nella Francia di Luigi XV, diventando uno dei passatempi prediletti dell’aristocrazia: una pallina collegata a un supporto tramite una cordicella, che deve essere fatta oscillare fino a entrare in una piccola coppa. Da qui deriva anche il suo nome, nato dall’unione dei termini bille (biglia, pallina) e bouquet (piccolo mazzo di fiori). Un gioco apparentemente elementare ma che, in realtà, richiede coordinazione, precisione e una costante ricerca dell’equilibrio, qualità che gli hanno fatto conoscere una sorta di “viralità” ante litteram: dall’Europa si è diffuso fino all’Oriente, in particolare al Giappone, dove ha preso il nome di Kendama (e dove chi sbagliava un colpo era tenuto a bere un bicchierino di sakè), per poi raggiungere altri paesi.
Ispirato da tutto questo, Philippe Malouin si è dunque concentrato sul disegno di una sfera magnetica che consente alla testa luminosa di essere ruotata e direzionata con estrema facilità. Come accade nel Bilboquet originale, il movimento è alla base del progetto: un principio che si traduce nella stessa immediatezza d’uso con cui chi la utilizza comprende istintivamente come interagire con essa, quasi fosse invitato a giocare, questa volta, con la luce.
Le motivazioni del premio
Ed è proprio il tema dell’equilibrio ad aver guidato la decisione della giuria. Nel comunicato ufficiale si legge infatti: «La memoria di un piccolo giocattolo della tradizione francese viene proposta attraverso il codice della “sorpresa”. L’uso delle forme primarie rende evidente la funzione di orientare la luce in un equilibrio apparentemente impossibile, una metafora per affrontare i difficili equilibri che la vita ci impone». Il merito di Malouin sta quindi nell’aver preso un oggetto “sedimentato” per secoli nella memoria collettiva globale e averlo trasformato – senza ricorrere al facile effetto-nostalgia – in uno che parla direttamente all’oggi, raccontando a suo modo la logica del gioco che sta alla base dell’interazione.