Durante la Milano Design Week 2026 le grandi Maison di moda hanno proposto progetti e installazioni tra i più partecipati e interessanti dell’intera manifestazione. In questo panorama vibrante, Longchamp ha trasformato il suo flagship milanese di Via della Spiga in un palcoscenico dedicato all’eccellenza artigianale, presentando l’esclusiva collaborazione con il designer francese Patrick Jouin, suggellata da una nuova creazione originale: la lampada in edizione limitata Ostara Longchamp x Patrick Jouin, prodotta in una tiratura limitatissima di soli dieci pezzi numerati. Un oggetto ibrido, risultato del dialogo tra design e moda.
Nel progetto di Patrick Jouin, la pelle, da materiale di rivestimento, diventa vera e propria struttura portante dell’oggetto, rifinita come un filtro luminoso. Il cuoio pieno fiore, proveniente dagli atelier della Maison, è lavorato con un’innovativa tecnica di microperforazione che permette alla luce LED ricaricabile di diffondersi in modo morbido e avvolgente. Seguendo la forma di una bucket bag, la pelle poggia su una base in legno di quercia francese: il risultato è una lampada dall’indole raffinata e accogliente, che crea un’atmosfera calda e intima, per accompagnare la vita quotidiana dello spazio domestico.
Come una lanterna chic 2.0, il design della lampada Ostara richiama esplicitamente l’iconica borsa Le Pliage, simbolo di praticità ed eleganza fin dagli anni Novanta, della quale eredita i codici più riconoscibili, come il bottone a pressione e la linguetta in pelle sagomata: un invito al gesto che permette di sbottonare, smontare e ripiegare l’oggetto con la stessa naturalezza di un accessorio da viaggio.
Qual è stato il processo creativo che vi ha portato a individuare nell’oggetto “lampada” un punto di incontro tra l’approccio al design di Patrick Jouin e l’heritage di Longchamp?
«Quando Longchamp mi ha invitato a immaginare un oggetto insieme a loro, ho pensato subito al movimento. Per me, Longchamp non è solo pelle, ma è viaggio, partenza, eleganza in movimento. C’è, ovviamente, questo oggetto iconico, Le Pliage, che quasi tutti conoscono. È una borsa leggera, precisa, elegante e ti accompagna ovunque. La porti con te per un weekend, la indossi a tracolla, la pieghi, la apri, ci vivi insieme. Mi è piaciuta l’idea di trasferire quello spirito in un altro tipo di oggetto. Non creare una borsa, ma immaginare un oggetto che potesse quasi essere scambiato per una borsa. Mi è piaciuta questa ambiguità».
La luce è un elemento che sempre di più definisce il nostro modo di abitare lo spazio domestico, e il modo in cui ci relazioniamo con il luogo che abitiamo. Da dov’è nata l’idea di una lampada che trasforma l’illuminazione in un accessorio personale?
«Credo che dipenda dal modo in cui viviamo oggi: non viviamo più in ambienti molto statici, dove ogni oggetto ha un posto e una funzione fissi per sempre. Ci spostiamo, lavoriamo in un angolo, leggiamo da qualche altra parte, ceniamo, riposiamo, viaggiamo. Anche a casa, siamo in movimento. Quindi, innanzitutto, mi interessava l’idea di una luce che potesse muoversi con noi. Non una grande luce architettonica, non una lampada che appartiene solo a un tavolo o a un comodino, ma una luce che si può prendere, quasi come si prende una borsa. L’idea non era quella di trasformare l’illuminazione in un accessorio di moda, ma di conferire alla luce una dimensione più intima».
Il legame tra un materiale come la pelle e un elemento come la luce non è tra i più scontati e immediati. Quali sono stati i passaggi tecnici e creativi necessari per trasformare un materiale tradizionalmente usato come rivestimento in un filtro capace di gestire la diffusione della luce in modo funzionale?
«La pelle e la luce sono quasi opposti. La pelle è densa, tattile, protettiva. La luce è immateriale. La domanda era: come può la pelle lasciare spazio alla luce senza perdere la propria essenza? Abbiamo lavorato con la pelle quasi come se fosse un materiale vivo. Non volevo che diventasse un semplice paralume, o una copertura decorativa posta attorno a una fonte di luce. Doveva essere parte integrante dell’oggetto. Doveva conferire alla lampada il suo carattere, la sua struttura, la sua morbidezza. La microperforazione è stata molto importante, permette alla pelle di filtrare la luce, di lasciarla passare delicatamente, senza diventare trasparente. Si percepisce ancora il materiale, si vede ancora la pelle, ma la luce filtra in modo molto delicato. Non è un effetto tecnico fine a sé stesso. È un modo per far respirare la pelle».