Cover: “Progettare il Progettista” a Roma: luce, neuroscienze e architettura
Quando un progettista si accosta al design della luce, progetta anche il modo in cui uno spazio verrà percepito. Sì, perché una parete può acquistare profondità, un materiale cambiare aspetto, un dettaglio emergere o scomparire a seconda di come viene illuminato, o di come assorbe e ricambia il rapporto con la luce. Quello che dimentichiamo, però, è che questi effetti non si fermano alla dimensione visiva, ma coinvolgono il corpo, l’attenzione e i ritmi biologici, contribuendo a determinare la nostra esperienza degli ambienti.
Da questa premessa è partito il confronto della XIV edizione di Progettare il Progettista, il convegno annuale di APIL – Associazione dei Professionisti dell’Illuminazione – che il 27 ottobre 2026 ha riunito all’Università Roma Tre lighting designer, architetti e ricercatori per approfondire il dialogo tra neuroscienze, psicologia ambientale e architettura. Quattro interventi hanno esplorato altrettante dimensioni della relazione tra luce e persone, mettendo in evidenza una questione centrale per la progettazione illuminotecnica: come tradurre la conoscenza dei meccanismi percettivi e biologici in scelte concrete, senza ridurre la complessità dell’esperienza a una serie di parametri.
Il cervello dentro lo spazio
Andrea De Paiva ha affrontato il tema della neuro-architettura a partire dal rapporto tra ambiente e attività cerebrale, soffermandosi anche sui cambiamenti legati all’invecchiamento e su come cambia l’attenzione o la stimolazione che riceviamo dall’ambiente con il deterioramento o il cambiamento del nostro cervello. Attualmente, la ricerca, in questo campo, prova a comprendere come le caratteristiche degli spazi interagiscano con le persone e come questa conoscenza possa orientare il progetto, tenendo conto delle diverse esigenze di chi li abita.
Partendo dalla luce naturale, una delle variabili da considerare è legata all’esposizione: durante il giorno è legata a processi che coinvolgono l’umore e la regolazione del sonno, mentre la luce artificiale nelle ore serali può interferire con la produzione di melatonina. Anche la disposizione e le dimensioni delle finestre diventano quindi elementi progettuali rilevanti: determinano quanta luce entra, come si distribuisce e in quale momento della giornata raggiunge gli ambienti.
Ovviamente, non esistono regole e formule valide e adattabili a ogni situazione – ogni conoscenza va integrata nella lettura del contesto, insieme alle attività previste e alle abitudini di chi vive gli spazi che si progettano. Sicuramente, la ricerca scientifica può aiutare a formulare ipotesi e verificare le scelte, offrendo al progettista strumenti, ma quello che conta per portare avanti un lavoro complesso è la consapevolezza e il fattore umano.
Il comfort non è uguale per tutti
Altro aspetto importante nel progettare la luce riguarda comfort e benessere, parole che sembrano simili ma che, in realtà, rappresentano due punti di vista complementari sul tema: se il comfort riguarda anche condizioni fisiche, il benessere coinvolge la risposta emotiva e il modo in cui ciascuno entra in relazione con lo spazio. Nella sua relazione, Martina Frattura ha approfondito il rapporto tra, appunto, comfort, benessere e la loro relazione con la percezione, mettendo in discussione l’idea che la qualità ambientale possa essere definita esclusivamente attraverso parametri misurabili.
La percezione visiva, infatti, non è una registrazione neutra di ciò che abbiamo davanti agli occhi, visto che il cervello interpreta gli stimoli – anche – sulla base delle esperienze precedenti, delle aspettative e delle informazioni che arrivano dagli altri sensi. Per questo, lo stesso ambiente può essere percepito in modi differenti e un intervento luminoso può modificare la gerarchia degli elementi, orientando l’attenzione senza che ce ne rendiamo pienamente conto.
La luce va considerata anche in rapporto a suoni, temperatura e sensazioni tattili, che concorrono alla costruzione dell’esperienza. Per il progettista questo significa osservare le condizioni specifiche di un ambiente e immaginare come verrà vissuto, evitando di presumere una risposta identica da parte di tutti. Le neuro-scienze possono sostenere questo processo, ma non sostituire il giudizio progettuale.
La luce come orologio biologico
Nel contributo di Pier Luigi Sacco, l’attenzione si è poi spostata sulla funzione non visiva della luce. Oltre a permetterci di vedere, la luce trasmette infatti segnali che contribuiscono alla regolazione dei ritmi circadiani – ovvero, il nostro orologio biologico interno – influenzando l’alternanza tra sonno e veglia.
Le misure illuminotecniche tradizionali, come l’illuminamento espresso in lux, descrivono una parte importante delle condizioni visive, ma non bastano da sole a restituire gli effetti biologici dell’esposizione. Sappiamo, infatti, che alcune cellule della retina, sensibili in particolare alle lunghezze d’onda blu, partecipano alla trasmissione dei segnali che regolano l’orologio interno.
Dunque, conta anche il momento in cui la luce viene ricevuta, tanto che l’esposizione mattutina e quella serale possono agire in modo diverso sul ritmo circadiano: la prima tenderà ad anticiparlo, la seconda potrà ritardarlo, quindi intensità, durata e orario diventano aspetti da valutare insieme al fattore semplicemente luminoso – soprattutto negli spazi frequentati quotidianamente, come quelli del lavoro o della casa.
Per chi progetta, questa prospettiva amplia il campo di osservazione: la qualità della luce non riguarda soltanto ciò che vediamo in un determinato momento, ma anche la relazione tra illuminazione, attività e tempi di permanenza in un determinato luogo.
Costruire uno spazio attraverso la luce
Con Alberto Pasetti Bombardella, la riflessione è tornata alla dimensione spaziale e culturale della luce. Da architetto, ci ha riportato a riferimenti più vicini alla dimensione dello spazio – come quello della scenografia, disciplina in cui illuminare significa costruire una relazione tra chi osserva e ciò che viene mostrato. La posizione del corpo, la profondità, i punti di vista e il tempo a disposizione sono tutti tasselli che ci aiutano a definire l’esperienza, mentre lo sguardo può essere guidato, ma anche lasciato libero di scoprire dettagli e connessioni.
Questo stesso principio emerge nei progetti in cui la luce modifica progressivamente la lettura di un’opera, facendo affiorare particolari che inizialmente restano sullo sfondo. Un esempio, guidato proprio dall’architetto, è il progetto per la Ca’ d’Oro a Venezia, pensato per rendere visibili di notte gli interni del palazzo affacciato sul Canal Grande.
In questo caso, l’illuminazione modifica il consueto rapporto tra interno ed esterno, portando all’attenzione decorazioni, arredi e dettagli architettonici che durante il giorno vengono percepiti in condizioni differenti. Anche la modalità di osservazione cambia la lettura, perché passare davanti all’edificio in gondola o in vaporetto significa coglierlo in movimento, mentre fermarsi sulla riva e soffermarsi sui particolari consente di ritornare con lo sguardo su ciò che ha attirato l’attenzione.
È qui che il progetto della luce incontra la dimensione dell’esperienza. Illuminare diventa una scelta, che influisce su come mostrarlo, quali relazioni far emergere e come accompagnare lo sguardo nel tempo. Le neuro-scienze aggiungono a questa riflessione strumenti per comprendere la percezione e le risposte del corpo, mentre l’architettura e il lighting design trasformano lo spazio senza dimenticare il luogo, i suoi materiali e le persone che lo attraversano.