Medum parte da un foglio luminoso per ripensare il rapporto tra luce e ombra. Intervista a Shintaro Monden

Un materiale comunemente utilizzato per insegne e display diventa per Medum uno strumento di ricerca sulla luce. Shintaro Monden racconta come lo studio giapponese lavora sull’elettroluminescenza inorganica, tagliando fogli luminosi spessi appena 0,5 mm per creare forme tridimensionali e indagare ciò che accade tra luce, ombra e spazio.

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Cover: Shintaro Monden, founder e direttore di Medum

Tecnologia e poesia, luce e ombra, progettazione e osservazione della realtà. Accostamenti apparentemente ossimorici che, quando incontrano conoscenza tecnica e uno sguardo creativo, possono trasformarsi in qualcosa di nuovo. È proprio questo approccio che porta lo studio di design e ricerca giapponese Medum a guardare all’elettroluminescenza inorganica (EL) da una prospettiva diversa: una tecnologia già utilizzata per insegne, display e sistemi di retroilluminazione, che diventa (nelle loro mani) uno strumento per progettare la luce.

Tutto nasce da un foglio bidimensionale – sottile appena 0,5 mm, leggero e flessibile, capace di emettere una luce morbida e uniforme – e da un semplice e comune gesto: quello del taglio, che in questo caso diventa vera e propria matrice trasformativa. Applicato al foglio luminoso (EL inorganico), questo gesto agisce come una matita che disegna nuove forme e volumi, trasformando superfici piane in strutture tridimensionali. È così che Medum sperimenta ed esplora le possibilità del materiale: basta cambiare il modo in cui viene tagliato per ottenere elementi nuovi; insomma, modi diversi di fare luce.

Questa ricerca era sfondo e focus di Light is Shadow, l’installazione presentata da Medum durante la Milano Design Week 2026, in zona Tortona, dove la riflessione sull’illuminazione si apre anche al rapporto con l’ombra e al modo in cui, insieme alla luce, influenza la nostra percezione dello spazio.

Per l’occasione, i dodici prototipi luminosi presentati non sono stati pensati semplicemente per illuminare, ma anche per creare uno spazio di quiete, sospensione e contemplazione. Alla base del progetto troviamo il concetto giapponese di Awai, la soglia sfumata tra due stati, che porta Medum a considerare l’ombra non come assenza o mancanza, ma come parte integrante dell’esperienza luminosa e, più in generale, di quella sensoriale. Nell’incontro tra ricerca (tecnica) sul materiale e riflessione (culturale) si inserisce il lavoro di Medum: l’EL inorganico – flessibile, a basso consumo e lavorabile senza produrre scarti – offre al lighting design una nuova via percorribile. Da qui parte la conversazione con Shintaro Monden, fondatore di Medum, per capire come una tecnologia comune possa trovare possibilità altre, attraverso il design, e come progettare la luce significhi, per lo studio, dare forma anche a ciò che resta nell’ombra.

Cosa vi ha spinti a esplorare le potenzialità dell’elettroluminescenza inorganica (EL) e perché avete scelto di lavorare con questa tecnologia?

«Nel progettare una nuova luce, il nostro obiettivo era quello di progettare il modo in cui esiste in uno spazio, piuttosto che l’oggetto che la produce. Inoltre, pensavamo che una nuova idea d’illuminazione potesse nascere dal considerare la luce come un’azione anziché come un apparecchio. Durante la nostra ricerca siamo rimasti colpiti dal Kirie, l’arte giapponese del ritaglio della carta, in cui l’immagine nasce contemporaneamente da due elementi: la carta che rimane e il vuoto che viene ritagliato. Ci siamo chiesti se fosse possibile creare un elemento luminoso costituito allo stesso tempo da luce e ombra, tagliando direttamente la sorgente luminosa: il materiale che ci ha permesso di farlo è stata l’elettroluminescenza inorganica. Si tratta di una tecnologia nota, utilizzata per insegne e display, che tuttavia possiede caratteristiche insolite: emette luce da tutta la sua superficie, ha uno spessore di circa 0,5 mm, è leggera e sufficientemente flessibile da poter essere piegata o tagliata. Abbiamo pensato che, osservando questo materiale comune da una prospettiva diversa e applicandovi un nuovo approccio progettuale, avremmo potuto trasformarlo in qualcosa di completamente nuovo. Inoltre, è una sorgente luminosa a basso impatto: consuma poca energia, produce poco calore e ha una lunga durata. Queste caratteristiche si avvicinano molto al nostro modo di intendere il design, basato sulla razionalità e sulla sostenibilità».

Cosa distingue questa tecnologia dalle soluzioni d’illuminazione più convenzionali e quali nuove possibilità offre al lighting design?

«A differenza delle tecnologie d’illuminazione convenzionali, come i LED, l’EL inorganica non emette luce da un singolo punto ma ne produce una morbida e uniforme. Dal punto di vista espressivo, ci permette di creare una luce tridimensionale e in movimento a partire da un unico foglio piatto. Dal punto di vista funzionale, essendo così sottile e flessibile, può essere imballato e trasportato con facilità, riducendo l’impatto ambientale legato alla spedizione. Nella serie Light is Shadow, invece d’illuminare uniformemente una stanza, la luce morbida e superficiale interagisce con l’ombra per modellare il nostro modo di vedere le cose. Questa luce racchiude lo Yohaku, ovvero ciò che un designer europeo potrebbe definire spazio negativo, sebbene nella pittura a inchiostro giapponese la carta non dipinta non sia affatto vuota, ma piuttosto nebbia, acqua e aria. È una luminosità che lascia qualcosa da completare (o immaginare) allo spettatore».

In che modo queste caratteristiche influenzano il vostro processo creativo e le forme che assumono i vostri progetti?

La sottigliezza e la flessibilità dell’EL inorganica ci hanno portato a scegliere il processo più semplice che potessimo immaginare: il taglio. Abbiamo stabilito di lavorare esclusivamente su formati standard, dall’A1 all’A5, intervenendo solo sulla superficie e senza produrre alcuno scarto. Un approccio che lascia poco spazio per nascondersi: ogni intenzione progettuale si traduce direttamente nella forma e, proprio per questo, la sensibilità di ciascun designer diventa molto più evidente. Ad esempio, Tangle (uno dei 12 prototipi della serie Light is Shadow) è stato concepito da un graphic designer e nasce per essere bello come disegno piano, ma anche sorprendente quando, aprendosi, si trasforma in un oggetto tridimensionale. Un altro designer, proveniente dal mondo dell’industrial design, ha limitato il taglio a sottili strisce parallele, conferendo al foglio flessibilità ed elasticità, realizzando tre elementi con strutture e caratteri diversi: Spark, Ladder e Crown. In questo caso, l’interesse era capire quanta varietà formale potesse nascere da un approccio strutturale, lavorando con gravità, resistenza e tensione. Semplicemente cambiando il modo in cui il foglio viene tagliato, una superficie bidimensionale si trasforma in un oggetto tridimensionale e inizia a modificare lo spazio intorno a sé».

Perché era importante per voi mostrare che la luce non deve necessariamente eliminare l’oscurità, ma può invece entrare in dialogo con esso?

«La società contemporanea richiede luce ovunque, di giorno e di notte, privilegiando sicurezza ed efficienza. Questa luminosità costante rende la vita più comoda, ma ha anche dei costi: un consumo eccessivo di energia, l’inquinamento luminoso e l’alterazione dei nostri ritmi circadiani. Tokyo, dove abbiamo sede, è una delle città più luminose al mondo durante la notte e quindi è un tema che sentiamo particolarmente vicino. Non consideriamo l’ombra come un inconveniente ma come un valore: una quiete che aiuta a calmare la mente per lasciare spazio all’immaginazione e a ciò che non possiamo vedere. È la sensibilità raccontata anche in In Praise of Shadows, il saggio del 1933 dello scrittore Junichiro Tanizaki. Per questo era importante per noi considerare luce e ombra come valori equivalenti, anziché come opposti».

In che modo il concetto di Awai influenza il vostro modo di pensare e progettare la luce?

«Quando si progetta un oggetto, normalmente si lavora sulla sua forma e sulla presenza che porta con sé in quanto elemento fisico. Con Light is Shadow, introducendo Awai come concetto formale, abbiamo iniziato a pensare a qualcosa di diverso: il confine tra l’oggetto e lo spazio che lo circonda. Awai è ciò che sta nel mezzo, quella soglia delicata che non è né completamente luce né completamente ombra. Ci siamo concentrati proprio su questo punto d’incontro poiché non stavamo (solo) progettando un apparecchio che illuminasse una stanza da un’unica direzione ma un’esperienza dello spazio. I dodici elementi luminosi, ciascuno con il proprio carattere, sono stati disposti a intervalli all’interno dell’oscurità, creando un ambiente immersivo e meditativo: un luogo in cui le perone potessero allontanarsi dal rumore e dalla luce intensa della vita quotidiana. Durante la Milano Design Week abbiamo notato che la maggior parte dei visitatori, entrando nella stanza, rallentava automaticamente il passo e abbassava spontaneamente la voce».

Quale ruolo pensate possa avere l’elettroluminescenza inorganica (EL) nel futuro del lighting design? Può contribuire a una nuova cultura della luce, più sostenibile e più attenta alla percezione umana?

«Non ci aspettiamo che l’EL inorganico diventi una tecnologia dominante e sostituisca l’illuminazione tradizionale, ma riteniamo che possa rappresentare un’importante alternativa. Non è una tecnologia all’avanguardia, bensì un materiale comune e già noto e noi, con il nostro progetto, volevamo dimostrare che, cambiando prospettiva e applicandovi il design, potesse acquisire un valore completamente nuovo. In un mondo che consuma energia in eccesso, il basso consumo e la luce delicata dell’EL inorganico sono un’opzione realmente sostenibile: possiamo trasformarlo da semplice strumento funzionale a mezzo per creare un’esperienza. Un cambiamento di questo tipo può essere realizzato solo continuando a sperimentare».

«Per noi, la prototipazione non è un semplice passaggio verso il prodotto finale, ma un vero e proprio metodo di ricerca. Uno dei prototipi della serie 5lights, presentata a Milano nel 2023, è stato successivamente prodotto da Alessi sotto il nome di Tsumiki ed è stato selezionato per l’ADI Design Index 2025. Stiamo ora lavorando per portare in produzione anche la serie Light is Shadow e, guardando oltre, per passare dall’oggetto inserito in una stanza alla superficie stessa della stanza, lavorando quindi sulla scala dello spazio. Ci piacerebbe intraprendere questo percorso insieme a produttori e architetti interessati. Il nostro obiettivo non è una ricerca incessante di maggiore luminosità, ma una nuova cultura della luce: una luce che ci inviti a fermarci, ad apprezzare la penombra e a scoprire la bellezza del dialogo con l’ombra».

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Atmosfera è uno spazio aperto al dialogo. Se la luce è parte fondamentale della tua ricerca o di un tuo progetto specifico, siamo pronti ad ascoltarti. Selezioniamo progetti illuminotecnici, installazioni artistiche, progetti fotografici e storie capaci di esplorare il potenziale narrativo della luce.

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