Achille Castiglioni arriva fino in Messico: «Se non siete curiosi, lasciate perdere»

Achille Castiglioni: A Family Legacy porta le creazioni iconiche e l’approccio giocoso al design del maestro italiano a confronto con la cultura progettuale messicana. In questa intervista, Rodrigo Fernández, ideatore della mostra, riflette sull’eredità ancora attuale di Castiglioni, sulla collaborazione con Giovanna Castiglioni e su ciò che Italia e Messico possono imparare l’uno dall’altro.
Achille Castiglioni: A Family Legacy porta le creazioni iconiche e l’approccio giocoso al design del maestro italiano a confronto con la cultura progettuale messicana. In questa intervista, Rodrigo Fernández, ideatore della mostra, riflette sull’eredità ancora attuale di Castiglioni, sulla collaborazione con Giovanna Castiglioni e su ciò che Italia e Messico possono imparare l’uno dall’altro.
Cover: Achille Castiglioni: A Family Legacy, Foto Courtesy DIEZ

Da oltre vent’anni, Rodrigo Fernández, founder di Diez Company, si occupa di portare il design internazionale in Messico, convinto che ogni oggetto abbia una storia e un valore culturale capaci di trovare nuovi significati anche al di fuori del Paese in cui è nato. Da questa idea prende forma la collaborazione con Giovanna Castiglioni, figlia di Achille Castiglioni, per la mostra Achille Castiglioni: A Family Legacy, visitabile fino al 15 novembre nello showroom di Diez Company a Polanco, Città del Messico. Un percorso che, attraverso una selezione dei suoi progetti più celebri — dalle lampade Arco, Taccia e Toio alle sedute Mezzadro e Sella — vuole raccontare soprattutto il metodo progettuale di Castiglioni, fondato sull’osservazione, la curiosità e l’ironia e che diventa anche l’occasione per riflettere sulle affinità e sui possibili scambi tra design italiano e messicano contemporaneo.

1. Foto Courtesy DIEZ

Ricordi il primo oggetto di Castiglioni che ha attirato la tua attenzione? Cosa ti ha colpito e cosa continua ad affascinarti ancora oggi?

Uno degli oggetti che meglio rappresentano ciò che ammiro di Achille Castiglioni è Ventosa. Un’idea incredibilmente semplice: una piccola lampadina dotata di una ventosa che permette di fissarla a superfici diverse. Quasi niente, eppure c’è tutto quello che serve. A colpirmi è soprattutto l’intelligenza dietro questa semplicità. Castiglioni non aveva bisogno di creare qualcosa di monumentale per esprimere un’idea. Gli bastava prendere un oggetto comune, metterne in discussione l’utilizzo abituale e trasformarlo in qualcosa di inaspettato, utile e persino ironico. Spesso associamo il grande design agli oggetti iconici, ma credo che la vera innovazione possa nascondersi anche nei gesti più piccoli. Ventosa mi ricorda che progettare bene non significa necessariamente aggiungere, ma anche sapere cosa togliere. È questo che continua ad affascinarmi di Castiglioni: la sua capacità di farci sorridere e, allo stesso tempo, riflettere.

Come hai conosciuto Giovanna Castiglioni e da quali interessi comuni è nata l’idea della mostra?

Avevo incontrato Giovanna diverse volte a Milano, alla Fondazione Achille Castiglioni. Ha una capacità straordinaria di raccontare il lavoro e l’eredità di suo padre con calore, ironia e generosità, mantenendone viva la curiosità. La mostra è nata da una convinzione condivisa: il design deve essere vissuto, osservato con spirito critico e discusso. Volevamo portare questo confronto in Messico, senza legarlo a un marchio, ma mettendo al centro il designer e la donna che oggi ne custodisce e tramanda l’eredità. Per questo abbiamo scelto di non coinvolgere sponsor o brand, pur esponendo oggetti prodotti da Zanotta e Flos.

2. Rodrigo Fernández e Giovanna Castiglioni, Foto Courtesy DIEZ

Perché avete scelto amoATO Studio e come avete lavorato insieme per tradurre lo spirito giocoso di Castiglioni nell’allestimento?

Per questa mostra volevamo allontanarci dal linguaggio tradizionale delle retrospettive. La collaborazione con amoATO Studio, a cui abbiamo affidato l’identità visiva, ci ha permesso di rileggere l’eredità di Castiglioni attraverso un linguaggio grafico contemporaneo. Io mi sono occupato del progetto espositivo, mentre loro lo hanno completato con un bellissimo intervento grafico.

La sfida era riuscire a comunicare l’intelligenza, la spontaneità e l’ironia del suo lavoro senza distogliere l’attenzione dagli oggetti. Per me, questa mostra non è un’operazione nostalgica. L’obiettivo è dimostrare quanto le idee alla base di quei progetti siano ancora attuali e possano parlare anche alle nuove generazioni.

Il gioco era centrale nel metodo di Castiglioni. Dove ritrovi questo spirito nel design messicano e quali progettisti ti vengono in mente?

Credo che il gioco sia profondamente radicato nella cultura messicana. Abbiamo una straordinaria capacità di combinare ironia, artigianato, colore e immaginazione, spesso mettendo in discussione le idee convenzionali di bellezza e funzionalità. Pedro Friedeberg è forse uno degli esempi più rappresentativi. Il suo lavoro mette in discussione i confini tra arredo, scultura e fantasia. La sua Hand Chair, per esempio, trasforma una forma familiare in un oggetto del tutto inaspettato.

Penso anche a Ricardo Legorreta, che attraverso il colore, la luce e le proporzioni riusciva a dare vita ad architetture capaci di suscitare emozioni. E, guardando al design contemporaneo, ammiro il modo in cui progettisti come Héctor Esrawe lavorano sui materiali, sulle tecniche artigianali e sulla sperimentazione.

Ciò che accomuna questi approcci a quello di Castiglioni non è necessariamente un’estetica condivisa, ma la volontà di mettere in discussione le convenzioni.

3. Foto Courtesy DIEZ

In che modo il design italiano ha influenzato il Messico? E come viene percepito al di fuori degli ambienti del settore?

Il design italiano ha avuto un’enorme influenza sul nostro modo di concepire gli interni contemporanei, l’architettura e il rapporto tra industria e creatività.

In Messico, il design italiano è tradizionalmente associato alla qualità, alla raffinatezza e alla bellezza degli oggetti. Ma credo che il suo contributo più importante vada ben oltre questi aspetti. L’Italia ha dimostrato che il design può diventare parte dell’identità culturale di un Paese. Che una sedia, una lampada o un oggetto di uso quotidiano possono rappresentare un intero modo di pensare. Anche al di fuori degli ambienti del design, molte persone riconoscono oggetti iconici italiani senza necessariamente sapere chi li abbia progettati. Ed è proprio questo che mi interessa.

Da oltre vent’anni, con Diez Company cerchiamo di spostare l’attenzione dall’oggetto in sé alle idee, alla sperimentazione e al contesto culturale da cui nasce. Vogliamo che le persone comprendano ciò che sta dietro ai progetti che vedono. Una mostra come questa ci permette di raggiungere anche un pubblico che forse non parteciperebbe mai a una fiera di design o non entrerebbe in uno showroom tradizionale.

Cosa speri che i visitatori messicani scoprano di Castiglioni, al di là dei suoi progetti più celebri?

La sua umanità. Tendiamo a celebrare i grandi designer attraverso i loro capolavori, ma ciò che trovo più straordinario di Castiglioni è il suo modo di guardare il mondo.

Era curioso delle cose più comuni. Collezionava oggetti anonimi, osservava i gesti quotidiani e trovava ispirazione dove altri non vedevano nulla di particolarmente interessante.

La sua celebre frase, «Se non siete curiosi, lasciate perdere», è probabilmente il messaggio più importante che volevamo trasmettere attraverso questa mostra. Spero che i visitatori escano con la consapevolezza che la creatività non è una prerogativa dei designer. Nasce dalla curiosità, dall’osservazione e dalla disponibilità a mettere in discussione ciò che diamo per scontato. E magari, dopo aver visitato la mostra, guarderanno un oggetto comune con occhi diversi. Sarebbe già un risultato bellissimo.

Cosa possono imparare l’uno dall’altro il design italiano e quello messicano? Ti piacerebbe sviluppare questo dialogo attraverso collaborazioni con designer contemporanei?

Assolutamente. Credo che ci siano grandi possibilità di confronto tra le due culture. In Italia si è sviluppato un rapporto particolarmente solido tra progettisti, produttori, industria e istituzioni culturali. C’è la consapevolezza che il design sia al tempo stesso un’attività economica e una responsabilità culturale. Il Messico, invece, possiede una straordinaria ricchezza di materiali, saperi artigianali, tradizioni e approcci creativi. La nostra cultura progettuale è profondamente legata al lavoro manuale, alla dimensione collettiva e al valore emotivo degli oggetti.

Credo che l’Italia possa imparare dal rapporto che il Messico ha con l’artigianato e la propria identità culturale, mentre il Messico può continuare a imparare dalla capacità italiana di trasformare le idee creative in un patrimonio industriale e culturale destinato a durare nel tempo. Mi piacerebbe vedere più collaborazioni tra designer contemporanei dei due Paesi, soprattutto progetti capaci di mettere in relazione il sapere artigianale messicano e le competenze industriali italiane. Per me, il futuro del design non sta nel difendere le identità nazionali come realtà separate, ma nel favorire scambi significativi tra culture diverse.

Se potessi portare in Italia il lavoro di un progettista messicano che ha avuto nel suo Paese un impatto paragonabile a quello di Castiglioni, chi sceglieresti e perché?

Sceglierei Luis Barragán. Certo, Barragán era un architetto e non un designer industriale, ma credo che la sua importanza culturale renda il confronto particolarmente interessante. Come Castiglioni, Barragán ha sviluppato un linguaggio immediatamente riconoscibile, profondamente personale e al tempo stesso universale nella sua capacità di suscitare emozioni. Se Castiglioni utilizzava ironia, osservazione e ingegno per trasformare gli oggetti quotidiani, Barragán si serviva della luce, del colore, del silenzio e delle proporzioni per trasformare l’esperienza dello spazio. Entrambi avevano compreso che progettare non significa soltanto risolvere un problema funzionale, ma anche cambiare il modo in cui le persone fanno esperienza del mondo. Mi piacerebbe molto presentare Barragán in Italia attraverso una mostra che esplori il suo rapporto con la luce, le emozioni e l’identità messicana. E forse è proprio da qui che potrebbe nascere uno dei dialoghi più interessanti tra le nostre due culture.

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