La storia di un luogo, la luce di un’opera che l’attraversa. Emilio Ferro racconta com’è nata Threshold per la Chapelle Expiatoire di Parigi

In occasione dell’inaugurazione dell’installazione parigina Threshold alla Chapelle Expiatoire, l’artista Emilio Ferro ha condiviso con noi il suo rapporto con i luoghi carichi di memoria e un pensiero sull’importanza di non smettere mai di fare ricerca.
In occasione dell’inaugurazione dell’installazione parigina Threshold alla Chapelle Expiatoire, l’artista Emilio Ferro ha condiviso con noi il suo rapporto con i luoghi carichi di memoria e un pensiero sull’importanza di non smettere mai di fare ricerca.
Cover: Threshold, 2026. Foto Roberto Conte  

Emilio Ferro è uno di quegli artisti che hanno fatto di una sensibilità personale la propria visione progettuale. La capacità di cogliere il carico di memoria e spiritualità – intesa nel senso più ampio del termine – che permea monumenti e luoghi sacri in tutto il mondo si è infatti tradotta, negli anni, in una lunga serie di interventi immersivi site-specific accomunati dal dialogo tra luce e suono, divenuto il tratto distintivo della sua ricerca. Quasi tutti i suoi progetti sono legati alla storia; altri, in qualche modo, l’hanno anche fatta, come Portal of Light, il primo intervento artistico sulle Piramidi di Giza, in Egitto. Un approccio che spesso gli richiede mesi interi di ispezioni e innumerevoli notti di montaggio. Proprio durante l’allestimento di Portal of Light, si è ritrovato a lavorare circondato dai cani selvatici che vivono liberi tra le piramidi. «Per chilometri e chilometri non c’era nessuno ed era completamente buio. In lontananza si intravedeva la luce del Cairo, ma intorno a noi c’erano soltanto il deserto e le piramidi». Dopo la formazione allo IED di Torino e un percorso professionale che lo ha portato a contribuire a oltre 500 progetti internazionali di illuminazione architettonica, oggi guida uno studio indipendente che collabora attivamente con musei, spazi pubblici e monumenti storici.

1. Threshold (Dettaglio sull’esterno), 2026. Foto Roberto Conte

Un’evoluzione culminata lo scorso giugno con l’inaugurazione di Threshold, un’installazione concepita per la Chapelle Expiatoire di Parigi, costruita nel 1793 nel luogo in cui furono sepolti Luigi XVI e Maria Antonietta insieme ai corpi di circa 500 persone ghigliottinate in Place de la Révolution, l’attuale Place de la Concorde. Qui, Ferro si è inserito con un potente fascio di luce bianca che costruisce una soglia percettiva tra l’interno e l’esterno dell’architettura neoclassica, trasformando la presenza del pubblico e il tempo di permanenza negli elementi chiave dell’opera. Lo abbiamo intervistato in occasione di questo progetto, nato da una commissione coordinata da Studio Artera e la città di Parigi che gli ha lasciato un’insolita libertà progettuale: scegliere, tra diversi monumenti della capitale francese, quello in cui intervenire. La scelta è ricaduta su uno spazio simbolico che fin dall’inizio considerava il contesto ideale per sviluppare la sua ricerca sul rapporto tra luce, architettura e percezione.

2. Threshold (Dettaglio sull’interno), 2026. Foto Roberto Conte

Tenendo come punto di riferimento Threshold, ci racconti in che modo costruisci il rapporto tra un’opera e il luogo che la ospita?

In genere ricevo una commissione legata a uno spazio e il concetto dell’intervento nasce dalla storia del luogo stesso. Nel caso di Threshold, il punto di partenza era il concetto della soglia; in altri progetti emergono idee differenti, ma il processo rimane simile. Un elemento ricorrente della mia ricerca è l’idea che la luce possa diventare materia. Cerco di renderla solida, come se fosse una scultura. In questo caso si tratta di una scultura statica: non ci sono lampeggiamenti, blinking o movimenti. La luce diventa una presenza che pervade lo spazio, sia all’interno sia all’esterno, integrandosi con esso. Può farlo temporaneamente, come in questa opera, oppure in modo permanente: dipende dal contesto. Per quanto riguarda il percorso, nel caso specifico di Threshold è quasi obbligato. C’è un ingresso molto imponente, seguito dal giardino che conduce alla cappella. Naturalmente è possibile entrare, tornare indietro, chiudere o aprire la porta, insomma muoversi liberamente. All’ingresso non viene data alcuna indicazione: ogni persona può interagire liberamente con lo spazio e, attraverso gesti spontanei come aprire o chiudere la porta, modificare la relazione tra la luce, l’interno e l’esterno.

In ogni lavoro è sempre presente una componente sonora. Come coordini due dimensioni, luce e suono?

Nella mia ricerca, la luce è connessa al tempo, mentre il suono è connesso al luogo. Di norma utilizzo registrazioni realizzate direttamente nello spazio in cui l’opera è inserita: possono essere campi magnetici, rumori ambientali o altre tracce sonore raccolte sul posto. Successivamente campiono questi materiali, spesso white noise, e creo una composizione della durata di circa trenta minuti, che posso produrre da solo oppure in collaborazione con altri, a seconda del progetto. La composizione evolve nel tempo e permette al visitatore di entrare in uno stato meditativo, aiutandolo a “sincronizzarsi” con l’energia del luogo. È in questo senso che considero il suono legato allo spazio. La luce, invece, è legata al tempo perché, pur essendo statica, possiede una vibrazione che permette di percepirlo in una dimensione differente.

3. Cardiopulso, 2022. Foto Stefano Perego

Nella tua ricerca ritornano spesso monumenti, luoghi della memoria e spazi sacri, consacrati e non. Che cosa ti attrae di questi contesti?

Mi interessa il dialogo con la storia di questi luoghi e la possibilità di aggiungere qualcosa, temporaneamente o permanentemente, che ne cambi la percezione e rimanga nella memoria delle persone. Penso che un luogo nel quale si siano concentrate a lungo preghiere, intenzioni o, più in generale, una particolare energia – positiva o negativa, possono essere entrambe – abbia una forza diversa rispetto a un’architettura priva di questa stratificazione. Uno spazio carico di energia e ricco di memorie possiede un potere maggiore. Non lego quindi il concetto di “sacro” a un’unica religione, ma lo intendo come una forma di misticismo aperta a tutti, senza un canale prestabilito. Naturalmente la percezione cambia da individuo a individuo. Questa idea si collega anche alla luce: la luce è energia e interviene in un luogo già attraversato da altre forme di energia.

Nel tuo lavoro ti confronti tanto con storie poco conosciute, come quella evocata da Fenoglio in Cardiopulso, quanto con luoghi entrati nell’immaginario collettivo, come le Piramidi di Giza…

Sì, Cardiopulso è stata commissionata per il centenario di Beppe Fenoglio. Qui la direzione della luce assume un significato opposto rispetto a Threshold. Mi era stato chiesto di far rivivere l’espressione “segreto cardiopulso”, ideata da Fenoglio, riferita alla lotta partigiana per la liberazione della città che è andata avanti dal 10 ottobre 1944 ai ventitré giorni successivi. Ho quindi pensato a quattro fasci di luce orientabili dalle stanze del primo piano del Centro Studi Beppe Fenoglio di Alba, in cui lo scrittore amava lavorare, verso la direzione che egli stesso descriveva nei suoi scritti: quella da cui i partigiani osservavano Alba la notte. In questo caso le persone non dovevano percorrere fisicamente quella distanza, perché il punto indicato era molto più lontano. Era la luce a stabilire il collegamento. La direzione poteva essere letta anche al contrario: guardando dalla collina, coincideva con la traiettoria attraverso la quale si poteva immaginare quel battito nascosto della città. Con le Piramidi di Giza il  processo è stato più complesso. Art d’Égypte mi aveva contattato tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021, proponendomi di partecipare alla prima edizione della manifestazione, ma in quel periodo non era possibile viaggiare facilmente e sarebbe stato difficile affrontare un progetto di quelle dimensioni e con una simile carica simbolica. Mi hanno poi ricontattato all’inizio del 2022, dicendomi che avrebbero voluto realizzare qualcosa di mio. Questa volta sono riuscito ad andare sul posto ed è nato Portal of Light, che ha avuto un grande riscontro ed è stata la prima installazione di light art mai realizzata presso le Piramidi di Giza. È un luogo davvero carico di memorie, forse il più carico nel quale abbia mai lavorato.

4. Portal Of Light, 2022. Foto Roberto Conte

Esistono progetti ai quali stai già lavorando o direzioni che vorresti sperimentare?

Ce ne sono diversi, ma preferisco lasciarli nel calderone. Mi piace pensare che sia il destino a farli maturare e, in qualche modo, ad attirarli. Può sembrare incredibile, ma avevo disegnato un intervento per le piramidi ancora prima di essere contattato, probabilmente nel 2017 o nel 2018. Non si trattava dell’opera poi realizzata, era un altro progetto e non sarebbe stato quello giusto, ma avevo già prodotto alcuni disegni. Sembra incredibile, ma le cose, a volte, sembrano arrivare davvero. Più si porta avanti la ricerca e la sperimentazione – naturalmente parlo di disegni, bozze, intuizioni – più è possibile che il progetto giusto arrivi nel momento giusto.

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Atmosfera è uno spazio aperto al dialogo. Se la luce è parte fondamentale della tua ricerca o di un tuo progetto specifico, siamo pronti ad ascoltarti. Selezioniamo progetti illuminotecnici, installazioni artistiche, progetti fotografici e storie capaci di esplorare il potenziale narrativo della luce.

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