La nuova stazione Chiaia della Linea 6 della metropolitana di Napoli si inserisce nel più ampio sistema delle Stazioni dell’Arte, radicalizzando un approccio che ha reso il capoluogo campano un riferimento internazionale per la qualità dello spazio infrastrutturale. La stazione non è più trattata come un semplice luogo di transito, ma come un’esperienza architettonica e percettiva, una vera e propria opera totale. Il progetto della fermata della metropolitana Chiaia è dell’architetto Uberto Siola, con l’intervento artistico di Peter Greenaway e il lighting design di Filippo Cannata. Fulcro del lavoro il grande oculo che porta la luce naturale a oltre quaranta metri di profondità, trasformando la discesa nel sottosuolo in un attraversamento simbolico tra luce e materia, tra superficie e sottosuolo.
In questo contesto, il lighting design assume un ruolo centrale, mettendo in dialogo luce naturale e artificiale in un equilibrio sottile tra funzione, orientamento e dimensione emotiva. L’architettura di Siola costruisce lo spazio e la sua misura, la visione di Greenaway introduce una dimensione narrativa e temporale, mentre la luce di Cannata tiene insieme queste due tensioni in un unico racconto coerente. La luce diventa così un dispositivo narrativo oltre che tecnico, capace di accompagnare il movimento, definire lo spazio e costruire identità.
Abbiamo chiesto a Filippo Cannata di raccontare il suo lavoro per la stazione metro di Chiaia e di condividere una riflessione più ampia sul ruolo contemporaneo delle infrastrutture di trasporto come nuove soglie urbane.
Nel progetto di Chiaia la luce naturale è un elemento fondativo: il grande oculo porta il giorno fino alla profondità della stazione. Come ha costruito il dialogo tra luce naturale e artificiale per ottenere continuità percettiva lungo tutto il percorso?
«La continuità percettiva nasce da una scelta di principio: la luce artificiale non sostituisce quella naturale, ma ne prosegue la grammatica. L’oculo, cuore del progetto architettonico, mantiene costante il rapporto con il cielo e diventa il riferimento attorno a cui si costruisce tutto il sistema luminoso. La luce zenitale è stata trattata come una partitura viva, mutevole nel tempo. A questa variabilità si è affiancato un sistema a bianco dinamico, capace di modulare intensità e temperatura colore lungo l’intera discesa, senza creare fratture tra esterno e interno. Il risultato è un continuum percettivo in cui la stazione non appare mai separata dalla città: anche nei livelli più profondi permane una memoria del giorno, del cielo, dell’ora. La luce diventa così il primo strumento di orientamento e la prima forma di consapevolezza dello spazio».
Il sistema luminoso che ha progettato accompagna il passeggero come una vera drammaturgia spaziale. Quanto è stata centrale, nel suo lavoro, la dimensione narrativa della luce?
«Il progetto è stato costruito come una sequenza di episodi: la luce scandisce tempi, intensità e atmosfere lungo il percorso. L’ingresso, la discesa, il punto più profondo e la risalita sono momenti distinti, ciascuno con un proprio ritmo luminoso. La luce non si impone mai, ma accompagna il corpo, seguendone il movimento e costruendo una narrazione continua.
In questo processo, il confronto con Peter Greenaway è stato fondamentale: il suo modo di pensare per immagini, inquadrature e sequenze cinematografiche ha contribuito a strutturare lo spazio come racconto. L’architettura di Siola e l’arte di Greenaway trovano nella luce un elemento di sintesi, capace di rendere invisibili i confini tra le discipline. La narrazione, tuttavia, non diventa mai spettacolo: il fine è generare benessere diffuso, un’esperienza immersiva in cui il passeggero si sente parte dello spazio senza esserne sopraffatto».
Una stazione così profonda richiede un controllo molto preciso di orientamento, sicurezza e comfort visivo. Quali sono state le principali sfide tecniche e come le ha affrontate attraverso il progetto illuminotecnico?
«Nel progetto non esiste una separazione tra tecnica e poesia. La vera sfida è stata proprio tenere insieme norma, sicurezza ed emozione in un unico gesto progettuale. In un’infrastruttura complessa e ipogea come la stazione metro di Chiaia, il rispetto dei requisiti normativi è imprescindibile: livelli di illuminamento, uniformità, leggibilità delle vie di esodo. Ma questi aspetti non sono stati affrontati come vincoli isolati, bensì come parte integrante del racconto spaziale. Allo stesso modo, il comfort visivo — controllo dell’abbagliamento, integrazione delle sorgenti, adattamento graduale dell’occhio — non è solo una questione tecnica, ma una condizione percettiva che contribuisce alla qualità dell’esperienza. La luce non viene mai esibita: lavora sulle superfici, si integra nell’architettura di Siola, diventa invisibile. La gestione della luce naturale dell’oculo introduce un ulteriore livello di complessità: la sua variabilità continua deve convivere con la stabilità richiesta da un’infrastruttura pubblica. Per questo è stato sviluppato un sistema dinamico capace di adattare costantemente la luce artificiale, costruendo un passaggio fluido tra naturale e artificiale. Il punto chiave è che sicurezza, orientamento e narrazione coincidono. Quando funzionano, non si distinguono più: il passeggero si muove con naturalezza, si orienta senza sforzo e vive uno spazio che non è solo efficiente, ma anche significativo. È in questa coincidenza che la tecnica scompare e diventa esperienza».
Le stazioni contemporanee sono sempre più “porte della città”. Qual è il ruolo della luce nel costruire identità e riconoscibilità di questi luoghi?
«Le stazioni sono oggi vere soglie urbane, e in questo ruolo la luce diventa uno strumento decisivo di costruzione dell’identità. È il primo elemento percepito, quello che definisce immediatamente l’atmosfera di un luogo. Nella stazione metro di Chiaia, il progetto luminoso si radica profondamente nel contesto: dialoga con la luce del Mediterraneo, con la stratificazione del sottosuolo napoletano, con la dimensione culturale della città.
Ogni accesso alla stazione interpreta in modo diverso il rapporto con la città, rafforzando l’idea di una soglia plurale. La luce non è decorazione, ma elemento identitario, capace di rendere quello spazio irripetibile. La luce della fermata di Chiaia non potrebbe stare a Milano, né a Copenaghen. È nata da questo luogo, da questa città, da questa relazione tra arte, architettura e memoria. In questa prospettiva, assume quindi anche un valore civile: costruire spazi riconoscibili e di qualità significa generare appartenenza, rispetto e cura. Le infrastrutture diventano così nuovi luoghi pubblici, e la luce — più di ogni altro elemento — si configura come un’infrastruttura immateriale capace di tenere insieme comunità e spazio».




