Dalla progettazione di prodotti per l’industria a pezzi da collezione per le gallerie, il designer francese Ferréol Babin trova nella luce uno dei fondamenti del suo lavoro. Attraverso diversi cambi di scala, la sua pratica si sviluppa tra design e arte: inizia con l’esplorazione di apparecchi luminosi come dispositivi funzionali fino ad arrivare all’oggetto come scultura, in cui materia e percezione diventano centrali.
Il tuo percorso nel mondo del design inizia proprio con una lampada, Lunaire (2013), prodotta da FontanaArte. Come nasce questo prodotto?
«Si tratta del mio progetto di tesi e l’obiettivo era creare nell’utente un effetto wow senza l’utilizzo di accessori o interfacce high-tech. Lunarie può trasformare la qualità e la quantità di luce emessa con un semplice movimento, un gesto della mano che modifica l’atmosfera e restituisce questa sorpresa. Ho sviluppato tutti i miei progetti di laurea sulla luce perché era il modo migliore per passare dall’architettura all’oggetto. Ho studiato spatial design e poi product design perché ero interessato a una scala più adatta a me: volevo lavorare con le mani e avere il controllo del risultato. La luce interagisce con un ambiente e allo stesso tempo permette di progettare un oggetto piccolo, ho cercato quindi di trattarla come un materiale e non solo come l’effetto di una lampada».
Un altro progetto che racconta una parte del tuo percorso come designer è Magma (2019). Puoi raccontarci di più?
«In quel periodo mi sono focalizzato sulla materialità piuttosto che sull’effetto luminoso. Dopo una fase dedicata all’oggetto e alla realizzazione di molte lampade, mi sono interessato maggiormente all’aspetto scultoreo. Ho iniziato a sperimentare con i materiali nel mio laboratorio ed è così che ho cominciato a realizzare diversi modelli. La lampada Magma riguarda soprattutto forma e texture, meno l’interazione con l’utente. La mia pratica si è spostata verso una ricerca di tattilità, passando dal prodotto a qualcosa tra arte e design».
Che ruolo ha avuto Plateau (2013) nella tua ricerca?
«Per Plateau ci sono voluti anni per trovare un produttore. La mia strategia da giovane emergente era sviluppare molti prototipi, fotografarli e inviarli alle riviste per farmi conoscere. È stato un processo lungo e spesso è complicato trovare clienti. Anche per questo ho preferito spostarmi verso una pratica più legata all’artigianalità e agli oggetti da collezione, per poter autoprodurre il mio lavoro. Volevo trovare il mio stile e capire come potesse evolversi. Ho sempre amato le lavorazioni manuali e Plateau anticipa tutto questo, la mia idea di scultura era già lì, nella curva che modellavo alla ricerca di un contatto con il legno».
In a Landscape è il nome della tua mostra personale – ancora in corso – alla Friedman Benda. Come si è sviluppata la collaborazione con la galleria?
«Sono entrato in contatto con loro circa cinque o sei anni fa quando il proprietario della galleria ha iniziato a collezionare i cucchiai in legno che realizzavo. A un certo punto mi ha chiesto se fossi interessato a lavorare su una scala più grande, come panche o mobili contenitori e, nonostante non ci avessi mai provato, ho accettato e così è iniziato tutto. Sono passato da piccoli mestoli scultorei agli arredi e ora il 99% del mio tempo è dedicato a produrre pezzi per la galleria. Realizzando oggetti di dimensioni maggiori sono tornato quasi al design d’interni: grandi arredi installati in ambienti domestici».
All’interno di un’altra mostra del 2024 troviamo anche una serie di lampade, Spectre, come si relazionano con il tuo percorso?
«Questo pezzo da collezione per la galleria Friedman Benda è un ottimo esempio della mia ricerca: una lampada molto semplice, un oggetto archetipo, in cui la materialità è tutto. Scolpita a mano, quando si guarda Spectre dal vivo può sembrare un’opera di un’altra civiltà, ma, una volta accesa, è una lampada funzionale che restituisce un effetto caldo e delicato. In questo caso ho cercato di creare un oggetto in grado di giocare con la luce naturale e artificiale, che avesse identità diverse a seconda dell’ora del giorno. Quando il sole colpisce la lampada, sembra la superficie di un lago in movimento mentre di notte, grazie ai piccoli fori sulla superficie, ricorda le stelle e le galassie. Anche con questo prodotto è evidente il mio legame con lo spazio: considero sempre l’interazione con l’ambiente in una sorta di circolo virtuoso che parte dall’architettura e ritorna a questa scala attraverso la luce».




