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Tiny House LUX è la prima casa stampata in 3D del Lussemburgo e nasce come risposta alla crisi abitativa della nazione. Con una domanda doppia rispetto all’offerta del mercato, molte città stanno cercando di sviluppare soluzioni che sfruttino i piccoli lotti di terreno non ancora edificati all’interno di quartieri già esistenti. Il progetto nasce da una semplice domanda: se questi siti diventassero una nuova risorsa per abitazioni compatte di alta qualità che mantengono le persone vicino alle loro comunità?
L’idea è stata sviluppata dall’architetto Bujar Hasani di ODA Architects, in stretta collaborazione con il Comune di Niederanven e Coral Architects, lo studio di progettazione della Coral Construction Technologies che sviluppa soluzioni per la stampa 3D del calcestruzzo in loco.
ODA Architects ha scelto questa tecnologia con l’obiettivo di costruire una casa solida ed efficiente con precisione e in tempi brevi. Abbiamo approfondito il progetto insieme a Bujar Hasani, co-founder dello studio.
Tiny House LUX mira a introdurre un nuovo modo di costruire, più veloce e sostenibile. Potresti raccontarci come si è sviluppata la collaborazione tra ODA Architects e Coral Architects?
«Il progetto non è solo la prima casa stampata in 3D in Lussemburgo, ma anche, per quel che ne sappiamo, la prima soluzione residenziale abitabile al mondo realizzata con materiali locali. La maggior parte delle risorse attualmente disponibili sul mercato sono estremamente costose e quindi, fin dall’inizio, la nostra intenzione era quella di rendere l’architettura stampata in 3D accessibile e concreta. La ricerca di un partner in grado di lavorare con risorse del luogo e sviluppare un processo di stampa attuabile ci ha portato a conoscere Coral Architects.
La collaborazione ha permesso di realizzare fedelmente il design: dopo lo sviluppo del concept abbiamo lavorato a stretto contatto con lo studio per adattare il progetto ai vincoli della tecnologia».
Come sono stati integrati i componenti tecnici nella struttura?
«Tiny House LUX è stata concepita come un sistema modulare: l’obiettivo era dimostrare che le abitazioni stampate in 3D possono essere prodotte in elementi smontabili e riposizionabili. Le pareti sono state stampate in moduli separati, uniti da giunti strutturali che consentono lo smontaggio della struttura in caso di necessità. Il sistema è costituito da due strati stampati divisi da uno insufflato di isolante in fibra di vetro, mentre gli impianti tecnici sono stati pianificati nelle prime fasi del processo e integrati principalmente dall’interno. I tagli e le rientranze delle pareti sono stati appositamente progettati per ospitare illuminazione e servizi. In un secondo momento, sono state praticate ulteriori aperture, in modo simile alle costruzioni convenzionali.
Un approccio che dimostra quanto la stampa 3D possa essere flessibile se combinata con un’attenta pianificazione».
In che modo la disposizione degli spazi e il metodo di costruzione hanno influenzato il progetto illuminotecnico di Tiny House LUX, sia in termini di luce naturale che artificiale?
«La forma dell’edificio è stata in gran parte definita dall’area edificabile disponibile sul sito. Abbiamo sfruttato al massimo lo spazio e ammorbidito il volume con geometrie arrotondate. L’illuminazione è stata fortemente influenzata dall’orientamento e dall’ambiente circostante: la maggior parte delle aperture è rivolta a nord-ovest, offrendo una vista libera sul paesaggio.
I tagli a parete sono stati utilizzati anche per integrare l’illuminazione a LED, consentendo a tutti i cavi e agli elementi tecnici di rimanere nascosti all’interno della struttura. Ciò ha anche permesso di mantenere il soffitto in legno completamente visibile. Sia l’illuminazione diretta che quella indiretta sono state progettate attentamente, con un sistema intelligente che consente di regolare la temperatura e l’intensità del colore in base all’uso e all’umore».
Come avete affrontato le diverse esigenze di illuminazione legate alle attività quotidiane all’interno di uno spazio così compatto?
«L’organizzazione spaziale segue una chiara logica lineare che applichiamo in molti dei nostri progetti. Questo approccio non è solo funzionale ma anche psicologico perché mira a ridurre il sovraccarico visivo e mentale. Spazi funzionali come ingresso, cucina, soggiorno, bagno e zona notte o lavoro sono disposti lungo un’unica linea, con arredi contenitori ed elementi tecnici raggruppati insieme. L’illuminazione segue lo stesso concetto lineare, attraversando in modo continuo la zona di circolazione, le pareti e le aree funzionali. Questo permette ai residenti di adattare facilmente l’atmosfera a seconda che stiano cucinando, lavorando o rilassandosi, senza la necessità di rigide separazioni spaziali».
Cosa ci insegna questo progetto sul futuro dell’abitare e sul rapporto tra tecnologia e architettura?
«Viviamo in un’epoca in cui dobbiamo osare di più: ripensare al concetto di architettura, di tecnologia, dei materiali, rivedere come abitare uno spazio. Per me l’architettura è temporanea, proprio come la nostra presenza su questo pianeta, e la nostra responsabilità è creare sistemi su cui le generazioni future possano costruire. Con Tiny House LUX, abbiamo ottenuto qualcosa che prima non era considerato possibile: la stampa 3D con materiali locali a un costo radicalmente ridotto. Mentre i materiali per questa tecnologia possono costare dai 700 ai 900 euro al metro cubo, abbiamo ridotto questo costo a circa 150-200 euro. Questo rende la tecnologia accessibile.
Il processo ci ha insegnato che la metodologia BIM, la ricerca sui materiali e la fabbricazione digitale devono interagire tra loro. Durante la costruzione la tecnologia stessa si è evoluta rapidamente, consentendo una stampa più veloce e una logistica più efficiente.
Oggi stiamo già lavorando al passo successivo: la stampa 3D senza cemento. Questo progetto rappresenta un processo di apprendimento che dimostra che il progresso avviene solo quando architetti, ingegneri e diverse discipline collaborano e sono disposti a correre rischi insieme».




