Foto Studio Zetass
Architetto e designer, fondatore di Studio Zetass a Brescia, Marcello Ziliani è un progettista ostinatamente fedele ai suoi princìpi di ascolto, rispetto e curiosità. Ma è anche un sognatore, una persona che fa del proprio mestiere uno strumento di analisi, di crescita, un trampolino per non smettere di porsi domande. Ziliani vede e interpreta il design come atto responsabile, fatto di dialogo e chiare regole, dove l’innovazione è motore e metodo di una filosofia progettuale in cui l’etica viene prima dell’estetica, dove l’attenzione agli aspetti della sostenibilità è una prerogativa.
Attraverso una visione critica, e autocritica, delle competenze moderne, nella sua lunga carriera si è destreggiato con cura in progetti di arredamento, illuminazione, arredobagno e ufficio, non mancando di occuparsi di art direction, design coordination, allestimenti, comunicazione e docenza – prima all’Università di Design di San Marino e poi all’ITS Academy Machina Lonati di Brescia.
Achille Castiglioni l’ha seguita come relatore alla sua tesi di laurea nel 1988: quant’è stata importante questa presenza e cosa – se si può tradurre in parole, gesti, significati – le ha insegnato?
«Assieme a mio padre, Achille Castiglioni è certamente stata la persona che ha dato l’imprinting al mio modo di guardare al progetto. Il suo approccio ironico, curioso, disincantato e “fanciullo” è stato un riferimento ineguagliato per la mia formazione. Così come la sua serietà: non ha mai mancato una lezione, arrivando sempre in anticipo spingendo, di volta in volta, un carrello carico dei tantissimi oggetti che avrebbe descritto in classe, raccontandone pregi e difetti, quelli più intelligenti e innovativi così come le “pisquanate”, come le chiamava lui. L’ho visto indossare occhiali con il tergicristallo sulle lenti, simulare una conversazione con un lontano commilitone utilizzando un’enorme radio da campo che sembrava appena uscita da una scena di Apocalypse Now, cadere giù dalla cattedra mentre mostrava da là sopra le caratteristiche di una sedia chiudibile e ricomparire saltando come un grillo da dietro dicendo: “tutto bene, tutto bene!”».
Sembra di vederlo, con quel sorriso, mentre incanta i suoi studenti…
«Mi ha insegnato davvero un sacco di cose, anche perché ho avuto la fortuna di frequentare con lui due corsi e averlo poi come relatore di tesi. Da lui ho imparato che prima di iniziare a progettare è fondamentale guardare e capire, immergersi nel contesto, lui diceva “osservare i comportamenti”. Solo molto dopo, quando si è diffuso il metodo del design thinking, ho capito quanto fosse avanti.
E ci ha trasmesso il concetto della necessità di identificare sempre “la componente principale di progetto”, che per me oggi significa chiedersi sempre il “perché?” di ciò che ci accingiamo ad affrontare».
Cosa significa oggi, al tempo di AI ed elevati livelli consumistici, una “producibilità agile”?
«È un concetto che sento particolarmente vicino al mio modo di affrontare il progetto, come le fasi che poi conducono alla sua trasformazione in prodotto. In pratica comporta un approccio iterativo e flessibile, cioè fatto di evoluzioni successive in cui si possa continuare a verificare l’efficacia del processo attraverso test e passaggi, in continua relazione e dialogo con i vincoli e i feedback produttivi. Non, quindi, la realizzazione dell’intero progetto (da sottoporre a validazione una volta concluso) per passare poi alla produzione, ma un continuo ricorso a fasi di prototipazione, test, modifiche, nuove versioni, cioè una sorta di verifica di produzione progressiva».
Un processo che però, senza una profonda conoscenza di materiali e tecniche produttive, non può avvenire; in cui ci deve essere anche una certa flessibilità nel know-how. In tutto questo penso ad esempio a Cage (2022), naturale evoluzione del progetto Creative Cables, in cui la possibilità di creare oggetti illuminanti dotati di qualità formale e valore espressivo parte proprio dai loro elementi costitutivi primari come cavi e lampadine.
«Esattamente, così come serve anche una sincera apertura al dialogo e al confronto con tecnici e fornitori delle aziende con le quali si sta sviluppando il progetto. Materiali, costi, tecnologie e tempi non sono vincoli “finali”, ma entrano subito nel processo creativo che evolve attraverso cicli brevi di progettazione, verifica e miglioramento, favoriti oggi grazie a strumenti di simulazione e prototipazione che sono sempre più sofisticati e affidabili, vedi ovviamente la prototipazione rapida e la sempre maggiore efficacia degli strumenti di AI.
Questo permette di evitare errori costosi (economici e ambientali), di ridurre sprechi, semplificare componenti, anche eliminando passaggi produttivi inutili e favorendo logiche di durata del prodotto, facilità di manutenzione, riuso e, il più lontano possibile nel tempo, disassemblaggio e riciclo».
La sua lampada ricaricabile Thaïs (Platek, 2025) è oggetto di una precisa decisione progettuale: non proteggerne la superficie – in ottone – per farle assumere, con il tempo, un aspetto più vissuto. In un’era in cui invecchiare è quasi proibito, è una scelta interessante. Ce la racconti.
«Mi sembra che in realtà il desiderio dell’eterna giovinezza sia in qualche modo connaturato all’esistenza umana, vedi miti come Medea, il nettare degli dèi, la mela delle Esperidi ecc.
Quello che è cambiato, nel corso del tempo, è che si sono resi via via disponibili strumenti sempre più ricercati per concretizzare, almeno temporaneamente, questo antico sogno, siano essi medici, chirurgici o semplicemente virtuali.
Nel caso di Thaïs mi è piaciuto giocare a rovesciare il tavolo, realizzando un prodotto che al contrario muta e si trasforma nel corso del tempo, assumendo una patina che ne denuncia la storia, il vissuto. L’ottone massiccio, lavorato dal pieno e trattato con una finitura stone washing che ne fa vibrare la superficie, con gli anni assume una brunitura sempre più accentuata, testimoniando in qualche modo la sua, e la nostra, storia. Il suo invecchiamento non è qualcosa che peggiora o rende meno affascinante l’aspetto, al contrario, aggiunge fascino e profondità».
Tornando al concetto di speranza, di desiderio: c’è un’idea che ancora non ha fatto e vorrebbe realizzare?
«Ho davvero un sogno nel cassetto, ed è quello di riuscire, un giorno o l’altro, a progettare per il mondo della nautica. È un settore che trovo affascinantissimo: il mare, il lago, sono ambienti che assumono un sapore totalmente diverso se vissuti “dall’acqua”. A me interessa l’ambito “popolare” (se così si può definire), cioè quello del piccolo diporto, accessibile non certo a tutti ma a molti, dove sarebbe utilissimo poter dare risposte funzionali, efficaci e sostenibili a numerosi problemi».




