Francesca Smiraglia racconta di essere “venuta alla luce” due volte: quando è nata e quando ha trovato la sua strada luminosa nel mondo del progetto. Designer di prodotto e lighting designer, si è formata al Politecnico di Milano e, dopo diverse esperienze in aziende del settore e studi di progettazione, nel 2016 ha aperto il suo studio che si occupa di illuminotecnica, di direzione artistica e consulenza strategica per aziende e studi di architettura.
La sua visione olistica della luce va oltre, e nel futuro prevede di ampliare il suo raggio d’azione anche nell’ambito dell’energy management e dei sistemi di controllo. Dinamica e proattiva, è anche docente di Lighting Design presso la NABA – Nuova Accademia di Belle Arti di Milano. Ha dichiarato: «Considero la luce una materia da progettare e da pensare: un linguaggio che attraversa arte, tecnologia e umanesimo, capace di creare relazioni, identità e nuove forme di esperienza».
Come ti sei avvicinata al mondo dell’illuminazione?
«In italiano, “venire alla luce” significa nascere ma anche scoprire e prendere consapevolezza. Il mio avvicinamento alla luce è stato proprio questo: un processo lento e naturale, in cui ciò che percepivo intuitivamente ha trovato un nome, un metodo e un linguaggio. Durante gli anni di formazione artistica ho lavorato molto con la ceramica, una materia che permette di modellare l’invisibile e che mi ha insegnato ad ascoltare la forma prima di crearla. Con questo bagaglio sono arrivata al Politecnico di Milano, dove ho trovato un ambiente fertile per unire intuizione, disciplina e progettualità. La svolta è arrivata nel 2006, durante la specializzazione in Lighting Design. Le lezioni del professor Rossi e del professor Bonomo mi hanno introdotta alla fisica della luce e ai suoi comportamenti, mentre l’incontro con Carlotta de Bevilacqua ha aperto una prospettiva completamente nuova: un modo di intendere la luce come cultura, relazione e responsabilità. Grazie a lei ho compreso che il progetto non è solo una questione tecnica, ma un dialogo tra persone, spazi e visioni. In quegli anni ho sperimentato molto con le mani: smontavo apparecchi, verificavo le emissioni, osservavo come ottiche e materiali cambiassero la percezione. Questa pratica mi ha mostrato quanto la luce sia una disciplina complessa, fatta di antropologia, sociologia, psicologia e benessere, oltre che di tecnica e poesia. Ho capito così che la luce non è semplicemente ciò che illumina, ma ciò che rivela: rivela gli spazi, le emozioni, le persone e il modo in cui abitiamo il mondo. Da allora la considero una materia viva, mutevole e sorprendente, capace di trasformare il quotidiano con una presenza discreta ma fondamentale».
Chi consideri dei Maestri nel campo del lighting design, del disegno industriale e della progettazione in generale?
«I miei Maestri sono figure diverse, unite da un pensiero profondo sulla luce e sul design. Nel lighting design considero fondamentali Carlotta de Bevilacqua, per la sua capacità di unire visione tecnologica e sensibilità umanistica; Ingo Maurer, che ha trasformato la luce in un linguaggio poetico e libero; e Kaoru Mende, maestro di equilibrio e percezione. Accanto a loro guardo al lavoro di Nendo e di alcuni designer meno noti, che con discrezione portano avanti una ricerca rigorosa e autentica. Nel disegno industriale i riferimenti sono molteplici. Gino Sarfatti ha saputo trasformare la luce in un sistema culturale e tecnico; Dieter Rams ha definito un’etica del progetto basata sulla sottrazione; Gae Aulenti ha mostrato come lo sguardo femminile possa essere insieme forte e sensibile; Sebastian Bergne rappresenta una semplicità intelligente, dove ogni dettaglio nasce da un gesto preciso. Nella progettazione in generale guardo agli architetti del passato, come Gio Ponti, Le Corbusier e Louis Kahn, che hanno interpretato la luce come parte integrante del costruire. Allo stesso tempo seguo il lavoro di progettisti contemporanei come Tadao Ando, SANAA, Herzog & de Meuron e Kengo Kuma, che indagano il rapporto tra spazio, materia, tecnologia e percezione. Tutti condividono una convinzione che sento molto mia: la luce e il design non sono solo estetica, ma un modo di fare cultura».
Quali sono i principi fondamentali per una buona illuminazione e come li applica nei suoi progetti?
«Una buona illuminazione nasce dall’osservazione. L’osservazione tecnica e quella percettiva, ma anche l’osservazione sociale e antropologica, perché gli spazi cambiano con i comportamenti delle persone. Per me osservare significa capire come un ambiente viene vissuto oggi e come potrà esserlo domani: dove ci si orienta, dove ci si ferma, quali ombre si cercano e quali si evitano. Molti bisogni non vengono espressi verbalmente, ma emergono da gesti e abitudini. La luce deve intercettarli e trasformarli in un valore concreto.Nel mio lavoro i principi fondamentali sono pochi ma essenziali. Il primo è l’ascolto profondo, che permette di cogliere ciò che le persone provano ma non dicono. Il secondo è il rispetto della soggettività percettiva, perché ognuno reagisce alla luce in modo diverso. Il terzo è la centralità della luce naturale, che rimane la prima maestra e definisce gli equilibri dell’intero progetto. A questi aggiungo la stratificazione, che permette alla luce di costruire livelli diversi nello spazio, e la modulazione, che integra elementi tecnici e decorativi con coerenza. La tecnica è indispensabile, soprattutto negli spazi che richiedono concentrazione, comfort visivo e orientamento, e questo implica una scelta attenta degli apparecchi. Ma non basta. Lux, UGR, CRI e normative sono strumenti, non obiettivi. La luce resta una materia immateriale che modella la vita quotidiana con continuità e delicatezza. Un progetto funziona davvero quando lo spazio si racconta attraverso la luce e quando le persone si sentono accolte con naturalezza.
La luce è un sistema vivo, e il nostro compito è renderlo comprensibile, armonico e umano».
Come designer ha creato lampade decorative per diversi brand. Da cosa prende ispirazione? Come definirebbe il suo stile?
«La mia ispirazione nasce spesso da piccoli gesti: un movimento, un equilibrio fragile tra pieni e vuoti, una forma che cerca spazio. Molte idee arrivano mentre progetto un interno, quando noto che manca qualcosa: una funzione, una direzione luminosa, un’emissione capace di completare l’ambiente. È in queste assenze che si apre la possibilità di un nuovo prodotto. Il mio stile è senza tempo, perché cerco forme che possano vivere oltre la tendenza. Prediligo volumi monolitici e sobri, capaci di abitare gli spazi con una presenza chiara e misurata. Quando progetto una lampada parto sempre dalla luce: dall’effetto desiderato, dalla relazione tra luce e ombra, dalla modulazione nello spazio e dal tipo di emissione. Solo dopo nasce la forma, che si modella intorno all’intenzione luminosa. A questo approccio unisco un aspetto che considero fondamentale: mi piace lavorare con le aziende per rafforzarne l’identità, sostenere il brand e creare prodotti che possano essere venduti in modo coerente e strategico. Credo molto nel valore del design come strumento che permette a un’azienda di crescere, colmare lacune di catalogo e fare un passo in avanti nel tema della luce. Il progetto diventa così un ponte tra visione, produzione e mercato. Per me progettare è un processo quasi scultoreo. Cerco essenzialità, sincerità e coerenza. La luce resta la protagonista, con una presenza che non grida ma che accompagna».
C’è ancora spazio per l’innovazione?
Sì, e in modo sorprendente. Viviamo un momento in cui tecnologia, neuroscienze, materiali e intelligenza artificiale stanno aprendo scenari nuovi. L’innovazione non riguarda solo gli strumenti, ma anche il nostro modo di pensare e osservare, nel pensiero critico e nella capacità di educare il cliente a comprendere il valore intellettuale del progetto.
Credo che nasca prima di tutto dal progettista, dalla sua capacità di leggere i cambiamenti delle abitudini, di cogliere bisogni non ancora espressi e di immaginare relazioni diverse tra luce e spazio. Oggi vedo tre direzioni decisive: l’innovazione tecnologica, che evolve con grande rapidità; l’innovazione delle abitudini, perché l’uomo cambia e la luce deve seguirlo; e l’innovazione del metodo progettuale, che diventa sempre più olistico e richiede competenze trasversali. L’innovazione non è solo ciò che vediamo, ma ciò che comprendiamo e ciò che sentiamo. È un movimento profondo, culturale e umano».
Quali sono i suoi progetti futuri?
«Oltre a nuove collaborazioni come designer per le aziende sto lavorando alla creazione di un “Hub della Luce”, uno spazio che desidero trasformare in un punto di riferimento per la cultura del lighting. Lo immagino come uno studio vivo e strutturato, in cui progettazione illuminotecnica e product design dialogano con la ricerca sui materiali, lo sviluppo di nuovi apparecchi e consulenze ad alto livello strategico, anche nell’ambito dell’energy management e dei sistemi di controllo. L’obiettivo è costruire un riferimento autorevole per aziende, professionisti e privati, capace di offrire servizi integrati: dalla definizione dell’identità luminosa di un brand al supporto come art director per le aziende del settore, fino alla progettazione di collezioni, alla consulenza tecnica per l’illuminazione architettonica e ai progetti di efficientamento energetico. Voglio creare un luogo che generi valore e conoscenza, un ambiente aperto dove competenze e visioni possano incontrarsi per interpretare la luce in modo contemporaneo, responsabile e innovativo. Un laboratorio di idee e progettualità, in cui la luce diventa linguaggio, cultura e futuro. Parallelamente continuo a lavorare come consulente della luce per gli ambienti di cura, perché negli ultimi anni ho compreso quanto la luce possa diventare uno strumento di benessere autentico. Negli spazi sanitari la luce sostiene, orienta e conforta. Il mio approccio, che definisco “all around light”, nasce da questa convinzione: la luce deve accompagnare, non solo illuminare. Deve costruire un rapporto profondo con le persone e con i loro momenti più fragili. In definitiva, il futuro per me è un orizzonte aperto. Ogni progetto rappresenta una possibilità di crescita e ogni oggetto è un nuovo modo di “venire alla luce”. Il mio lavoro continua a sorprendermi perché nasce da un movimento costante tra tecnica, umanità e ricerca. Ed è proprio in questo movimento che trovo la mia direzione».




