Autentico viaggiatore, cittadino del mondo appassionato di design, arte e musica, Gabriele Chiave ha la speciale capacità – chiamiamolo anche talento, atteggiamento, mentalità – volta a creare e ricercare condivisioni e connessioni sinergiche tra sfere progettuali che incrociano ambiti diversi. Dopo aver studiato Design Industriale allo IED di Milano, accresce la sua formazione lavorando per un triennio nello studio di Marc Sadler fino ad approdare, nel 2007, alla corte di Marcel Wanders, ad Amsterdam, dove lavora per 15 anni.
Che tipo di mentalità aveva quando ha iniziato la collaborazione con Wanders e come si è sviluppata negli anni?
«Quando sono arrivato in Olanda, ero carico di un bagaglio di esperienze, convinzioni e un’impostazione ben precisa su cosa fosse il design. Venivo da un background molto legato all’industria, alla cultura progettuale italiana, alla tradizione dei grandi maestri e alla produzione seriale. Avevo lavorato con Marc Sadler, in un contesto estremamente tecnico e orientato all’innovazione funzionale. L’approdo nei Paesi Bassi è stato uno shock creativo: mi sono trovato immerso in un mondo radicalmente diverso, dove il design si avvicina di più all’arte, all’artigianato, alla sperimentazione libera, e dove i codici erano quasi l’opposto rispetto a ciò che conoscevo. Dopo cinque anni, sono diventato Direttore Creativo affiancando Marcel. Quella fase è stata una nuova, intensa crescita. Il primo anno l’ho passato ad assorbire tutto: dal product all’interior design, fino alla costruzione di pezzi in edizione limitata. Qui la mia prospettiva si è ampliata: ho iniziato a ragionare in chiave strategica, a costruire relazioni solide con i brand, a gestire un team multidisciplinare di oltre 50 persone e a dare profondità narrativa a ogni progetto».
Quali gli insegnamenti più preziosi?
«Ho imparato cosa significa costruire una visione, portarla avanti con coerenza e adattarla nel tempo alle trasformazioni del mercato e della cultura. Ho compreso quanto sia fondamentale l’ascolto, ma anche saper guidare. Ho capito che il design è un’opera collettiva: la bellezza non nasce mai da una sola mano, ma dall’unione armoniosa di competenze, intuizioni e sensibilità diverse».
Dopo questa esperienza, nel 2022 ad Amsterdam nasce Controvento – realtà co-fondata con la business manager Verdiana Vannini –, di cui è direttore creativo.
«Quando, insieme a Marcel, abbiamo deciso di chiudere lo studio – poco prima del mio trasferimento a New York – è stato naturale voler dare continuità ad alcuni progetti già avviati. Da qui è nata l’idea di Controvento, che presto si è trasformata in qualcosa di molto più profondo: una piattaforma, un laboratorio multidisciplinare che rappresenta non più la visione di un singolo autore, ma l’energia e il talento di una comunità di creativi. Controvento si basa su un’idea di design collaborativo, inclusivo, dove ogni progetto è frutto di un dialogo: progettiamo “per” e “con” le persone. Questo significa che il nostro approccio si fonda su criteri oggettivi, sulla ricerca di soluzioni estetiche, funzionali e sostenibili, ma senza mai perdere di vista l’aspetto emotivo ed esperienziale. Un design capace di raccontare storie, di valorizzare l’artigianato, di dialogare con l’heritage culturale dei brand, ma con un taglio contemporaneo».
Sostenibilità e design: quanto siamo pronti realmente?
«La verità è che siamo ancora solo all’inizio di una vera presa di coscienza collettiva sulla sostenibilità. Dovremmo prima rifiutare, ridurre, riutilizzare e riadattare ciò che abbiamo, lasciando il riciclo come ultima risorsa. È una questione di mentalità, ma anche di responsabilità individuale e sistemica, ambientale e culturale. Oggi il design non può più limitarsi a essere bello o funzionale: deve necessariamente integrare la sostenibilità in ogni fase, fin dal concept. Direi che a livello di consapevolezza, molti designer sono pronti a questo cambiamento – progettare con rispetto – ma a livello di sistema, siamo ancora indietro. Il mercato continua a promuovere l’obsolescenza programmata, la frenesia della novità continua e spesso opera attraverso filiere poco trasparenti. Come designer possiamo contribuire però a costruire un nuovo immaginario, in cui il valore sta nella durabilità, nell’unicità, nell’imperfezione che racconta una storia. Credo fortemente nel concetto di sostenibilità emotiva; in quegli oggetti che non si buttano, che si tramandano, che invecchiano bene. Questa bellezza che dura nel tempo è la forma più autentica e potente di sostenibilità».
La sua definizione di luce?
`È un elemento essenziale, etereo, fondamentale per la vita e per il progetto. Senza luce c’è solo buio e, quindi, il nulla. È attraverso la luce che creiamo atmosfere, emozioni, momenti. Per questo va progettata con cura, con sensibilità, pensando alle diverse ore del giorno, alle ombre, alla temperatura. La luce però non è solo funzione. Rimane sempre una componente emotiva e artistica che ci spinge a progettare oggetti luminosi che non sono solo strumenti, ma veri protagonisti dello spazio. Hanno una funzione decorativa, esperienziale: aiutano a creare un’identità, a raccontare una storia».
A proposito di storie: ci racconti i segreti della collezione Alma, realizzata insieme a Contardi.
«Questo progetto tocca diversi punti chiave: innovazione tecnica, valore emozionale, tradizione e artigianato, sostenibilità e rilevanza culturale. Abbiamo voluto unire due materiali iconici e tradizionalmente usati nell’illuminazione: il vetro e il plissé. Questa combinazione, apparentemente inedita, ha dato vita a un effetto luminoso del tutto nuovo, con un’estetica elegante e sorprendente.
La tecnologia e l’expertise di Contardi Lighting ci hanno permesso di compiere un ulteriore passo avanti: eliminare visivamente la fonte luminosa, nascondendola al centro del plissé. Il risultato è una luce che emerge in modo quasi magico, ed è un esempio perfetto di come la tecnologia possa essere usata con intelligenza: non per mostrarsi, ma per amplificare l’effetto, l’emozione. Inoltre, rispondendo alla crescente richiesta di modularità dei vari settori, abbiamo progettato un sistema con ghiere a baionetta ultrasottili che consente svariate combinazioni. Con tre forme di vetro e tre finiture diverse, le lampade possono essere assemblate in configurazioni orizzontali o verticali, offrendo un’ampia versatilità d’uso».
Una questione molto attuale: che cosa pensa dell’Intelligenza Artificiale?
«La vedo come una rivoluzione potente e inevitabile. Un’enorme opportunità, a patto che sia usata con consapevolezza e visione, guidata dal senso critico. Nessun algoritmo potrà mai sostituire lo sguardo di chi ha vissuto, viaggiato, osservato e toccato con mano la complessità del mondo. Il futuro del design non è solo tecnologico: è profondamente umano».




