The darkness effect: perché l’estetica delle serie TV si sta facendo sempre più oscura

Quando si spegne la luce, si accende un mondo. Un mondo demarcato come quello di Stranger Things, pulsante come quello di Blade Runner 2099 o stilizzato come quello di Mercoledì: ecco le serie che raccontano l’effetto oscuro della fotografia d’autore

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Cover: The Handmaid’s Tale. Courtesy Hulu

Era l’aprile 2019 quando The Long Night, episodio interamente notturno di Game of Thrones, lasciava disorientati gli spettatori. Chi aveva spento la luce? “Troppo buio” si lamentavano i fan su (l’allora) Twitter. “Esattamente” rispondevano il regista Miguel Sapochnik e il direttore della fotografia Fabian Wagner.

The Last of Us. Courtesy HBO

Sette anni dopo, nell’epoca degli esperimenti digitali e dell’intelligenza artificiale, anche la fotografia delle serie tv d’autore ha preso traiettorie futuristiche alla Blade Runner consolidando una nicchia che poi è diventata un subtrend, comune a diversi prodotti. Ma di cosa si tratta esattamente? Della scelta autoriale di un universo scuro, fatto di minimalismo illuminativo, colori scuri e ombre marcate: la “fotografia nera” come volano artistico delle serie TV.

Perché le serie TV scelgono il buio: una questione di contrasto, percezione e immersione

Questa tendenza, comune a serie di genere sci-fi, fantapolitico, avventura, gotico e horror, si potrebbe chiamare “darkness effect” ed è qualcosa che va oltre la semplice estetica. La scelta di spegnere le luci vuole guidare l’occhio dello spettatore a immergersi in un mondo diverso da quello pop delle pubblicità, dei linguaggi social e anche delle altre serie virali confezionate in modo più sgargiante, come Bridgerton o Squid Game. L’intento è quasi mistico, un po’ per disintossicarsi un po’ per adottare anche un nuovo punto di vista. Ovviamente non è un’estetica che può piacere a tutti, ma le alternative non mancano.

Mercoledì. Courtesy Netflix
Andor, The Last of Us, Mercoledì, Blade Runner 2099: il buio racconta, e la tecnologia è complice. Sensori digitali ad alta sensibilità permettono di filmare quasi al buio, LED RGBW controllabili permettono grandi sperimentazioni, e l’autorialità può rappresentare una svolta di visionaria austerity. Emerge però una contraddizione tra tecnologia e distribuzione. Se la prima permette di manipolare l’oscurità con strumenti sofisticati, lo streaming sacrifica le gradazioni. Le sfumature scure avrebbero bisogno di una maggior larghezza di banda per non perdere quei dettagli di ombreggiature che i direttori della fotografia hanno pensato e costruito proprio per restituire un universo sì meno luminoso ma sempre multidimensionale.

The Last of Us, Andor, The Handmaid’s Tale: fotografia come naturalismo radicale

L’orizzonte oscuro di alcune serie degli ultimi tempi si articola sulla base di diverse visioni artistiche. Una corrente di autori e direttori della fotografia ha scelto di tornare alle origini con una fotografia naturale, che potrebbe considerarsi un po’ in stile Nouvelle Vague e Neorealismo, ma in questi casi si tratta di storie darkness-friendly. Il pensiero di partenza è semplice: se non c’è la luce, noi non l’accendiamo. The Last of Us ad esempio cerca il buio per la necessità di verosimiglianza della storia. Siamo in un universo post-apocalittico in cui l’elettricità è una risorsa terminata, per cui è funzionale che gli occhi si abituino alla penombra, proprio come quelli dei personaggi.

The Handmaid’s Tale. Courtesy Hulu

Un po’ diverso è il radicalismo di The Handmaid’s Tale, che le luci non le accende per lasciar cadere lo spettatore nella spirale dell’orrore fatta da una natura deformata e post-apocalittica. La scala dei grigi scuri e spenti fa parte delle cromie a contrasto, create dal direttore della fotografia Colin Watkinson per amplificare l’impatto dei mantelli rossi delle Ancelle. In questa serie non è un caso che l’illuminazione dia una sensazione sinistra e arrivi solo da fonti “motivate”, come sole, candele, torce: la storia parla di una terribile distopia che però presenta inquietanti legami con l’attualità.

Andor. Courtesy Disney

Anche Andor, prequel di Star Wars, è un esperimento molto particolare. I direttori della fotografia Damián García e Christophe Nuyens hanno portato una “Star Wars senza fill light” nel fango della realtà. Nuyens ha scelto per le scene lunari un “hard backlight”, ovvero una luce dura da dietro che crea un alone sui contorni dei personaggi, e un “toplight soffice” che illumina i volti dall’alto. Questo setup permette di mostrare le espressioni senza tradire l’oscurità, separando i corpi dal nero attraverso bordi luminosi, al posto della classica luce frontale che inonda la scena. Il risultato: un’estetica quasi documentarista che rende la galassia delle guerre stellari qualcosa di sporco (e vero).

Mercoledì, Stranger Things: il buio come contrasto tra mondi diversi

Altre serie preferiscono un approccio più simbolico e utilizzano la luce come marcatore di mondi. Stranger Things, in modo assolutamente lineare, differenzia la fotografia del Sottosopra da quella della Hawkins reale degli anni ’80. Nel primo universo prevale l’oscurità, nel secondo l’atmosfera domestica più rilassata, color tungsteno e salmone.

Stranger Things. Courtesy Netflix

Anche l’attesa Blade Runner 2099 sembra portare il neo-noir nella Los Angeles del futuro con un chiaroscuro digitale che contrappone le eterne notti di pioggia ai bagliori al neon, una rivisitazione contemporanea della dialettica di Ridley Scott rielaborata per il formato seriale. In Blade Runner il buio è qualcosa di primordiale: come si potrebbero vedere i neon che generano l’universo elettrico dove vivono i replicanti se ci fosse il sole?

Tim Burton sceglie l’oscurità non come trionfo della natura ma come espressione del suo stile, il goth, perché per lui non potrebbe essere altrimenti: è sempre stato un marchio di fabbrica. La mise en scène della sua serie Netflix è rappresentata dal bianco e nero come stato d’animo e baluardo di diversità che Mercoledì porta con gloria nei giorni altrui troppo colorati. Le ombre si prestano anche alle architetture espressioniste, enfatizzate dai contrasti scultorei e dai coni di buio. Il direttore della fotografia di Mercoledì David Lanzenberg ha sperimentato le possibilità di questo universo cromatico con le luci Orbiter per creare i taglienti raggi lunari che entrano nella finestra della figlia degli Addams.

Black Rabbit, The Gentlemen: il noir contemporaneo

Smorzare la tempesta di colori in cui ci ritroviamo, immersi ogni giorno in una realtà filtrata dagli schermi, è l’obiettivo di altre serie TV che trovano la loro forza in una calibrata sobrietà che passa anche attraverso un utilizzo dosato delle luci. I critici hanno lodato il darkness effect (ovviamente senza chiamarla così) ma solo quando è funzionale alla storia e non rischia di oscurarla con il manierismo.

The Gentlemen. Courtesy Netflix

Come Tim Burton, anche Guy Ritchie rimane fedele alla propria estetica del cuore, annerendo i suoi Gentlemen con forti contrasti, toni ramati e localizzandoli nell’atmosfera fredda da country house britanniche.

Black Rabbit. Courtesy Netflix

Black Rabbit invece quasi scivola nel paradosso dell’oscurità amica-nemica. Il crime drama di Netflix firmato da Zach Baylin con Jason Bateman e Jude Law trasforma l’oscurità in linguaggio del noir urbano contemporaneo, con toni grigi e verdastri, tra notti newyorchesi interminabili e illuminazione low-key. Ma qui emerge la lezione più importante del darkness effect: la serie si appoggia così pesantemente su illuminazione dark e composizioni idiosincratiche che diventano distraenti, e non più funzionali, come riporta Roger Ebert, mentre The Daily Beast parla addirittura di “mal di testa” per riuscire a capire la storia.
Spegnere la luce è totalmente lecito, e anche affascinante, ma quando a perderci non è la storia. Non conta quanto è buio, ma perché è buio. C’è chi lo utilizza per naturalismo virtuoso, come Andor o The Handmaid’s Tale, per contrasto tra due mondi o due porzioni di mondo, come Stranger Things e Blade Runner, oppure ancora per identità autoriale come Mercoledì e The Gentlemen. Ecco, Black Rabbit forse lo usa un po’ troppo…

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