Foto Kristen Pelou ©Curiosity
Cristian Miola è un lighting designer italiano con sede a Milano e fondatore dell’omonimo studio, specializzato nella progettazione illuminotecnica per spazi di luxury retail e hospitality. L’esperienza maturata nel retail di alta gamma — ambito in cui il suo studio ha affinato una particolare attenzione al dettaglio, all’integrazione degli apparecchi e al dialogo con materiali e architettura — costituisce la base metodologica con cui vengono affrontati anche i contesti legati all’ospitalità.
Tra i suoi lavori più significativi il Padiglione della Maison Ruinart a Reims — una delle più antiche case di champagne del mondo — firmato nel 2024 dall’architetto giapponese Sou Fujimoto, con interior design di Gwenaël Nicolas e progetto del paesaggio di Christophe Gautrand. Questo intervento esprime in modo emblematico l’approccio di Cristian Miola a contesti in cui retail e ospitalità si intrecciano in una narrazione ambientale coerente.
Qual è la poetica che guida il vostro approccio al lighting design e quali principi ritornano costantemente nei vostri progetti, dal retail all’hospitality?
«La luce non è solo uno strumento funzionale, ma un vero e proprio linguaggio progettuale, capace di interagire con lo spazio su più livelli. A guidarci è la ricerca di un equilibrio tra emozione e funzione, in cui la luce è pensata come parte integrante dell’architettura, in un rapporto armonioso e mai invasivo. Nei nostri progetti – dal retail all’hospitality – ritornano alcuni principi costanti: l’attenzione al contesto e ai materiali, la cura del dettaglio, la volontà di costruire una lettura visiva consapevole e l’utilizzo della luce come elemento capace di orientare e accompagnare lo sguardo. Ogni intervento è costruito attorno alla scala umana e alla qualità dell’esperienza, con l’obiettivo di creare ambienti riconoscibili e duraturi nel tempo».
Il Padiglione Ruinart segna un passaggio dal retail verso ambiti più esperienziali. In che modo questo progetto rappresenta una tappa importante nell’evoluzione dello studio?
«Il Padiglione Nicolas Ruinart è uno dei progetti che ha aperto la strada all’evoluzione naturale dello studio verso ambiti più narrativi ed esperienziali. In questo lavoro, la luce non si limita a valorizzare gli spazi e il progetto architettonico, ma contribuisce a costruire una sequenza percettiva, accompagnando il visitatore lungo un percorso immersivo. Il progetto ha posto anche sfide tecniche significative, che ci hanno spinto a riflettere con maggiore profondità sull’integrazione della luce nello spazio e sulle soluzioni adottate. Questa combinazione di visione e fattibilità ha arricchito il nostro approccio progettuale, inserendo il Padiglione all’interno di un percorso di ricerca più ampio che continua a orientare il nostro lavoro verso contesti in cui la luce diventa un mezzo per creare relazioni, rafforzare un’identità e generare un’esperienza unica».
Nel Padiglione Ruinart la luce dialoga fortemente con architettura e materia. Quali strategie illuminotecniche avete adottato per valorizzare volumi e superfici?
«Il progetto si sviluppa in stretta relazione con i materiali e le geometrie fluide, seguendo il percorso tra le diverse funzioni dello spazio, con l’obiettivo di mettere in evidenza volumi, relazioni tra pieni e vuoti e passaggi tra ambienti.
La luce – architetturale o integrata negli arredi – viene distribuita per enfatizzare la tridimensionalità delle superfici, creare contrasti calibrati con le ombre e definire i punti di interesse nelle diverse aree. Boutique, bar, spazi di accoglienza e percorsi espositivi — ambienti che richiedono qualità luminose differenti — sono messi in relazione attraverso una continuità visiva e una chiara coerenza spaziale. La luce naturale filtrata dalla grande facciata vetrata è stata attentamente considerata, permettendo di dosare l’illuminazione artificiale anche tramite un sistema di controllo capace di generare diversi scenari luminosi, utili in occasione di eventi speciali».
Come avete gestito il comfort visivo e il bilanciamento dei contrasti luminosi?
«Dal singolo corpo illuminante al dettaglio architettonico o di arredo, la sorgente luminosa non è mai visibile. Abbiamo calibrato con attenzione le luminanze per evitare differenze troppo marcate tra le varie zone, anche in relazione alla luce naturale proveniente dalla grande vetrata. Nelle aree più intime, come le zone di degustazione, la luce contribuisce a creare atmosfere morbide e accoglienti, mentre in quelle di maggiore attività, come la boutique, il contrasto è leggermente più deciso, così da valorizzare le funzioni e guidare lo sguardo.
Il sistema di illuminazione è flessibile ed efficiente, con scenari modulabili in base alle esigenze e ai periodi dell’anno, permettendo alla luce di accompagnare la fruizione degli ambienti in modo coerente nelle diverse funzioni del padiglione. La scelta degli apparecchi interviene come sintesi finale del processo, con particolare attenzione al controllo dell’abbagliamento, all’ottimizzazione dei consumi e all’impiego di soluzioni sostenibili anche dal punto di vista energetico».
L’attenzione al dettaglio è centrale nel vostro lavoro, soprattutto nel retail. Come questo approccio si è tradotto nel Padiglione Ruinart e cosa vi ha insegnato sul ruolo della luce in contesti diversi?
«Costruire un “dettaglio di luce” è sempre stato alla base dei nostri progetti e del modo in cui interpretiamo l’illuminazione. L’ombra, la schermatura delle sorgenti, l’intensità e la direzione del fascio luminoso rappresentano il nostro approccio al progetto, dal singolo corpo illuminante fino alla definizione di una scena luminosa complessa. In un contesto più articolato come il Padiglione Ruinart, il dettaglio non riguarda solo la precisione estetica, ma diventa uno strumento capace di orientare la percezione: la luce mette in evidenza le qualità materiche, crea profondità, accompagna lo sguardo e suggerisce percorsi. Ogni elemento dello spazio è stato analizzato in funzione della fruizione visiva e del tempo trascorso dal visitatore. Dall’osservazione delle bottiglie e dei loro colori fino a un momento più intimo di degustazione, lo spazio si trasforma e la luce ne segue le variazioni. Confrontarsi con questa sensibilità in contesti diversi dal retail tradizionale è stata un’occasione per ricercare una luce in grado di assumere ruoli sempre più flessibili. Lavorare in ambienti così complessi ci spinge a sviluppare progetti in cui la costruzione dell’atmosfera diventa centrale, dando forma a un’esperienza emotiva più ampia e capace di evolvere nell’arco della giornata».




