Cover photo: Euphoria. Courtesy HBO
C’è una luce che non illumina ma brucia. È la fotografia di Sam Levinson, un millennial che ha scelto l’eccesso per raccontare i traumi della sua generazione, nata e cresciuta dentro la rivoluzione digitale, con gli schermi sempre accesi. Nel cinema di Levinson, figlio d’arte di Barry Levinson (Rain Man, Sleepers) e Diana Rhodes, designer e produttrice pubblicitaria, la fotografia è così lampante e violenta da sovrapporsi al film, lampeggiando sullo script.
Ma non si tratta solo di stili. Levinson con Euphoria ha dato il via a una rivoluzione dei costumi e dei consumi, che dai make up di Zendaya o Sydney Sweeney ha conquistato le passerelle di New York, nel mondo ancora disinvolto pre-Covid, inaugurando una nuova estetica ossessiva.
Sam Levinson: fotografia o overdose?
Cresciuto tra le luci morbide dei set del padre Barry, Sam ha rifiutato presto il suo calore narrativo. Se il cinema di Levinson Senior era struttura e armonia, il suo sarebbe stato febbre e frammento.
Dopo l’esordio con il teen movie Assassination Nation, a base di social e sangue, Levinson ha svelato la sua visione luminosa del caos: saturazioni estreme, un’estetica pop che implode, la ribellione filmata come una tempesta di LED. Le scene del cinema di Levinson Junior nascono da un campo visivo dove la bellezza è sintomo di follie intermittenti.
Euphoria, il significato di luci e colori
Con la serie spartiacque Euphoria (HBO, 2019) Sam Levinson smette di girare film e comincia a comporre visioni. Lo fa attraverso un linguaggio fotografico che deve tutto alla simbiosi creativa tra Levinson e Marcell Rév, direttore della fotografia ungherese che ha trasformato ogni episodio in un polittico luminescente di estasi e agonia.
Non si può non sentirsi attratti dall’abbraccio lucente di questa serie, nonostante la storia cupa, nonostante le perdizioni e le depressioni. La Rue di Zendaya si muove come un prisma umano, con la pelle cangiante che riflette colori diversi a seconda dell’umore… o della sostanza. L’inquadratura in Euphoria è governata da una luce-droga: psichedelica, ossessiva, con vibes mistiche. La stessa vertigine provocata dagli stupefacenti di cui Sam Levinson ha raccontato di aver fatto uso durante l’adolescenza.
Il regista di Euphoria compone una tavola sinottica visionaria, per storie di liceali tormentati dai propri demoni e dalla contemporaneità. Il neon è confessione, il blu desiderio, il rosso disperazione. Levinson e Rév costruiscono una grammatica cromatica dove il colore è diagnostico: la temperatura della luce misura la febbre esistenziale dei personaggi. Anche la scelta tecnica è dichiarazione poetica: pellicola Kodak Ektachrome, lenti anamorfiche che alterano la profondità di campo e movimenti ipnotici trasformano i corpi in superfici pittoriche, mentre la macchina da presa insegue, perché anche lo sguardo è dipendente da quella luce che acceca.
Molto lontano dalla ricerca di un qualsiasi realismo (o verosimiglianza), con l’euforia del (sur)reale Levinson compone un’allucinazione. Una parabola luminosa per raccontare la generazione Z in bilico tra selfie e autodistruzione.
The Idol: p0rn0grafia luminosa e autodistruzione
La serie del 2023 con Lily-Rose Depp e The Weeknd è il punto di rottura. Premessa: non ha avuto successo, è stata cancellata dopo pochi episodi. Forse anche perché l’estetica levinsoniana è così esasperata (esasperando tutti) che diventa narcisismo puro. Luci, specchi e riflessi saturano fino a svuotare il racconto. Secondo la visione del creatore di Euphoria, la luce come dipendenza è sintomo di un’industria che consuma i propri idoli: The Idol, appunto, è destinato a fallire. Forse la luce di The Idol raggiunge il suo punto di saturazione, come una sostanza spinta oltre il limite. Non illumina più e non brucia neanche, anzi è arrivata a distorcere. I riflettori sparpagliati, come aghi infilati nella pelle, portano la luminosità a una forma malata di dipendenza. I personaggi, forse non opportunamente approfonditi, vivono nella costante necessità di essere visti, sfociando nel delirio.
The Idol forse è troppo, soprattutto per lo spettatore. È l’overdose di Levinson definitiva – non chimica, ma estetica – dove la luce finisce per imprigionare la serie stessa, che non è mai arrivata alla fine, in un eterno presente di visibilità stagnante.
Malcolm & Marie: il ritorno al bianco e nero
Nel 2021 esce Malcolm & Marie, film sorprendente, il primo a essere completato in piena pandemia, un progetto intimo che conferma Sam Levinson su Netflix come autore capace di reinventarsi fuori dal circuito seriale. Dopo i vortici cromatici della fotografia di Euphoria, Levinson compie un gesto radicale: spegne il colore. L’universo saturo lascia spazio a un bianco e nero netto, dove il fulcro estetico è il contrasto.
In Malcolm & Marie l’illuminazione taglia i volti estremizzando l’anatomia della scena come un campo di battaglia tra luce e oscurità. Non esiste più il colore che narcotizza lo sguardo, resta solo la tensione pura tra chi, a turno, domina e chi si arrende.
Luce terminale
La luce di Sam Levinson non è mai innocente. Anzi, è la materia viva con cui si costruisce e si distrugge un’intera generazione. La generazione Z dei suoi racconti vive sotto il riflettore per non scomparire, brucia di un chiarore artificiale che la mantiene accesa e allo stesso tempo la consuma. In un mondo in cui tutto deve risplendere (il corpo, la palette ombretti, il dolore, persino la malinconia) Levinson è il cantore di un bagliore terminale: quello che precede il blackout.
In questo modo tormentato Sam Levinson firma il ritratto più lucido della nostra epoca: una generazione che confonde la luce con la vita e l’overdose con l’amore.




