Cover: David (modello in bronzo dorato), Jago, 2024. Foto promd.studio
Con l’apertura dello Jago Museum Capri negli spazi di Villa Lysis, il progetto museale dello scultore aggiunge una nuova tappa al percorso iniziato a Napoli nella Chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi. La nuova sede introduce un contesto espositivo particolare, in cui le opere sono chiamate a confrontarsi con l’architettura storica e con la forte presenza della luce naturale che caratterizza il paesaggio caprese.
In un progetto dedicato alla scultura, l’illuminazione non svolge soltanto una funzione espositiva. La luce contribuisce infatti alla definizione dei volumi, alla leggibilità delle superfici e alla percezione dei dettagli che caratterizzano l’opera. Nel caso delle sculture di Jago, dove il trattamento della materia e della superficie assume un ruolo centrale, le scelte illuminotecniche diventano parte integrante dell’esperienza di visita.
Valorizza spazio, opere ed esperienza del pubblico
Il progetto sviluppato da Light Company, attraverso il lavoro di Fulvio Baldeschi e Gloria Tirabasso, nasce dalla ricerca di questo equilibrio tra valorizzazione delle opere e rispetto del contesto storico. A illustrarne le scelte progettuali è Guglielmo Baldeschi, membro dello studio fiorentino, che descrive Villa Lysis come un luogo in cui ogni intervento deve confrontarsi con una storia già profondamente stratificata. «Villa Lysis è un luogo culturale con una storia importante e stratificata, il museo Jago ne è l’ultimo capitolo. Il progetto illuminotecnico doveva assecondare le necessità espositive rispettando il passato di questi luoghi». L’intervento è stato sviluppato privilegiando, dove possibile, l’utilizzo dei punti luce esistenti e limitando l’impatto degli apparecchi sull’architettura. L’obiettivo era costruire un sistema capace di accompagnare la fruizione delle opere senza alterare il carattere degli ambienti.
Lo stesso approccio è stato adottato negli spazi esterni, dove il progetto ha dovuto confrontarsi con il parco e con le visuali sul golfo. In questo caso le zone d’ombra non sono state eliminate, ma integrate nella composizione luminosa come parte dell’esperienza di visita.
Un’illuminazione a 4000 K
Se il rapporto con il luogo rappresenta una componente importante del progetto, il principale terreno di confronto resta la scultura. «Le sculture di Jago presentano un incredibile grado di dettaglio nella definizione della superficie scultorea», spiega Baldeschi. «Per rendere visibile questa caratteristica, l’illuminazione non può ammettere zone d’ombra troppo marcate, tuttavia, così si rischia di sminuire la plasticità dell’opera».
La soluzione adottata varia quindi in funzione delle caratteristiche di ogni singolo manufatto. «Le opere devono presentare un’illuminazione omogenea ma anche dei contrasti», continua Baldeschi. «Per fare questo talvolta si ricorre a due sorgenti di luce con differenti intensità, talvolta anche a sagomatori o soluzioni più creative». Accanto alla distribuzione della luce, un ruolo importante è affidato alla temperatura colore. Nel caso del marmo statuario bianco utilizzato da Jago, la scelta di questo parametro incide direttamente sulla percezione della superficie e delle sue caratteristiche materiche. «Il marmo bianco è una pietra che viene esaltata dalla luce fredda, per questo Jago predilige la luce del mezzogiorno per scolpire», racconta Baldeschi. «Per tutte le opere di Jago che abbiamo illuminato nel corso degli anni, abbiamo scelto il 4000 K, perché è il gradiente che secondo noi riesce ad esaltare al meglio la lucentezza dello statuario bianco».
Le ombre rappresentano un ulteriore elemento di progetto. Non sono considerate una semplice conseguenza dell’illuminazione, ma uno strumento utile a guidare la lettura dell’opera e a restituirne la complessità formale. «Questo aspetto è fondamentale quando lavoriamo con delle sculture, nel caso di Jago ancora di più perché ha un’idea molto chiara del risultato che intende ottenere. Il nostro lavoro con lui è sempre quello di tradurre in maniera pratica la sua visione».
La collaborazione tra l’artista e Light Company si è consolidata attraverso diversi interventi realizzati negli anni, da Napoli a Palermo fino all’esperienza di Capri. In alcuni casi l’illuminazione è chiamata a evidenziare il volto o lo sguardo della scultura; in altri a mettere in risalto dettagli specifici o particolari tensioni compositive. Ogni opera richiede una calibrazione dedicata e una fase di verifica che spesso prosegue anche durante l’allestimento. «Quando ne abbiamo la possibilità cerchiamo sempre di lasciare un margine di discrezionalità per poter aggiustare i puntamenti in loco, perché lo studio su carta non è sempre sufficiente», osserva Baldeschi. «A Villa Lysis sapevamo di dover prevedere con grande precisione l’effetto finale, perché il margine di azione era più ristretto». Per la gestione dell’impianto è stata adottata la piattaforma Bluetooth Casambi, con due scenari dedicati, diurni e serali, studiati per bilanciare il contributo della luce artificiale rispetto alle variazioni della luce naturale.
Il confronto tra l’artista e il lighting designer
Il confronto con l’artista rappresenta una componente fondamentale di questo processo. Se per il lighting designer l’illuminazione costituisce uno strumento di interpretazione dell’opera, per Jago è una parte essenziale del lavoro scultoreo. «In un contesto come quello museale la luce incide in maniera totale sul risultato e sulla lettura dell’opera, perché ti permette di avere un controllo sul significato dell’opera», afferma l’artista. «Nel caso della scultura è affidato in larga parte alla luce, perché la scultura è fatta di luce. Io posso dire tranquillamente che scolpisco grazie alla luce e quindi la luce artificiale fa una differenza totale».
Le scelte illuminotecniche non sono chiamate soltanto a garantire la corretta visibilità delle opere, ma contribuiscono direttamente alla loro lettura e alla costruzione del significato che esse assumono nello spazio espositivo. «Mi capita molto spesso che il progetto illuminotecnico amplifichi la percezione, anche l’idea che avevo della mia stessa opera», racconta Jago. «A volte conferma e a volte mi mostra determinati aspetti. Quando ci si confronta con i progettisti, emergono sempre elementi che non si potevano immaginare. Questo mi dà la possibilità di vedere attraverso gli occhi degli altri ed è un vantaggio enorme».
È probabilmente in questo confronto che si misura il risultato del lavoro sviluppato a Villa Lysis. Da una parte la visione dell’artista, dall’altra la capacità del progetto illuminotecnico di tradurla nello spazio espositivo. Un processo che accompagna la lettura delle opere e contribuisce a definirne la percezione da parte del pubblico, confermando il ruolo dell’illuminazione come strumento centrale nella costruzione dell’esperienza museale.




