Luce che vibra sulla pelle, tra le fiamme. La mostra “Anatomy of Presence” trasforma lo spazio dello SCHAUWERK Sindelfingen in un’esperienza fisica, oltre che visiva

Lucia Koch, Vivian Caccuri e Henrique Oliveira trasformano l’ex edificio industriale attraverso un dialogo materico tra luce, colore e suono. I curatori Jérôme Sans e Svenja Frank ci raccontano allora come la mostra metta il corpo, prima ancora dello sguardo, al centro dell'esperienza artistica.
Lucia Koch, Vivian Caccuri e Henrique Oliveira trasformano l’ex edificio industriale attraverso un dialogo materico tra luce, colore e suono. I curatori Jérôme Sans e Svenja Frank ci raccontano allora come la mostra metta il corpo, prima ancora dello sguardo, al centro dell'esperienza artistica.
Cover photo: Vivian Caccuri –  Ash Fossil II, 2026 and Overheated System, 2026
© Vivian Caccuri. Photo: Frank Kleinbach

«La luce non è soltanto per gli occhi. Agisce sui corpi, sugli oggetti e sugli spazi nel loro insieme. La pelle assorbe sia la luce sia il colore. Non si tratta soltanto di offrire un’esperienza visiva. Esiste al di là dell’immagine. Perciò porta con sé molto…», afferma l’artista brasiliana Lucia Koch (1966, Porto Alegre), che con l’opera “Big Loop” riveste con coperture colorate realizzate a mano circa 230 apparecchi illuminanti dell’ex magazzino dello SCHAUWERK Sindelfingen, alto quindici metri. L’intervento trasforma progressivamente l’ambiente, portando in primo piano l’illuminazione dell’edificio.

1. Lucia Koch - Gang of Four (Runners), 2026 und Big Loop, 2026 © Lucia Koch. Photo: Frank Kleinbach

Il lavoro di Koch si inserisce in Anatomy of Presence, la mostra curata da Jérôme Sans e Svenja Frank che, dal 27 settembre fino al 18 luglio 2027, riunisce negli spazi dello SCHAUWERK Sindelfingen le opere di tre artisti brasiliani, Lucia Koch, Vivian Caccuri (1986, San Paolo) e Henrique Oliveira (1973, Ourinhos). Il legame con il Brasile attraversa la storia di questo luogo: negli anni Settanta i suoi fondatori, Peter Schaufler e Christiane Schaufler-Münch, vivevano a San Paolo, dove iniziarono a collezionare ed esporre opere che coinvolgevano il pubblico attraverso l’esperienza diretta e l’interazione. Le installazioni in mostra, concepite appositamente per il museo, occupano circa tremila metri quadrati dell’ex complesso industriale. Il progetto riprende una tradizione dell’arte installativa sviluppatasi in Brasile dagli anni Cinquanta e Sessanta, mettendo al centro l’esperienza fisica dell’opera.

2. Artists Lucia Koch, Vivian Caccuri und Henrique Oliveira and Curators Jérôme Sans, Dr. Svenja Frank

La luce accompagna il percorso fin dall’ingresso, dove “Atmosphere Box” di Lucia Koch filtra l’illuminazione naturale e artificiale, evocando i toni dell’alba e del tramonto. I suoi effetti diventano visibili anche in “Gatonet” di Vivian Caccuri, dove le basse frequenze degli altoparlanti fanno tremare le fiamme delle candele, in un circuito ispirato agli intrecci di cavi elettrici e dati delle città brasiliane. Una luce che Sans definisce «quasi clinica» mette invece in risalto il compensato riciclato di Henrique Oliveira e il rapporto fra le sue forme simili a radici e l’ossatura metallica della struttura. Ne abbiamo parlato con Jérôme Sans e Svenja Frank, ripercorrendo le scelte e le sfide di un progetto che affida alla luce un ruolo decisivo nell’esperienza delle opere.

3. Vivian Caccuri - Overheated System, 2026 © Vivian Caccuri. Photo: Frank Kleinbach

La luce svolge un ruolo centrale in ANATOMY OF PRESENCE, dagli interventi su larga scala di Lucia Koch alle fiamme tremolanti attivate dal suono nell’installazione di Vivian Caccuri. Da un punto di vista curatoriale, come agisce la luce all’interno della mostra?

J.S. “Nell’intervento di Lucia Koch diventa atmosfera stessa: filtri colorati sospendono l’ingresso tra il crepuscolo e l’alba, creando una soglia cromatica in cui coesistono due stati temporali contraddittori e sospendendo il visitatore in questo tempo impossibile e in una condizione di incertezza percettiva. Qui la luce è infrasottile, agisce al limite di ciò che l’occhio può registrare, così che l’architettura si trasformi in una membrana sensibile che registra il passaggio e il tempo. […] Nell’intera mostra la luce non è tanto uno strumento di visibilità quanto un registro della presenza: rende tangibile ciò che di solito sfugge all’attenzione, la durata, la vibrazione, il fatto stesso di esserci”.

S.F. “Ogni posizione artistica affronta la luce in modo diverso. Per Lucia Koch, la luce stessa diventa materia. Modella gli spazi e modifica la nostra percezione, sia fisicamente sia visivamente. Vivian Caccuri utilizza la luce delle candele per rendere percepibili gli effetti delle onde sonore invisibili. […] Per Henrique Oliveira, la luce sottolinea la materialità del legno e intensifica il dialogo tra la crescita organica e la struttura razionale dell’edificio.”

4. Henrique Oliveira - Burned Bridges, Eternal Return, 2026. © Henrique Oliveira. Photo: Frank Kleinbach

La mostra è stata concepita appositamente per l’architettura ex industriale dello SCHAUWERK, compreso l’ex magazzino alto quindici metri. In che modo la scala, la materialità e le condizioni di luce preesistenti dell’edificio hanno influenzato lo sviluppo delle installazioni? E in che modo la luce artificiale entra in dialogo con l’architettura, anziché limitarsi a illuminare le opere?

J.S. “Lo SCHAUWERK Sindelfingen è innanzitutto un edificio industriale: un’architettura grandiosa, rigorosa e silenziosa, ma che non intrattiene alcun rapporto diretto tra interno ed esterno. Nessuna finestra si apre alla luce esterna, nessuna vista collega il visitatore al mondo oltre le sue pareti. In questo senso, l’edificio è un white cube di grandi dimensioni, puro e bellissimo, un involucro chiuso su sé stesso, più vicino a un guscio che a uno spazio in dialogo con ciò che lo circonda. Questa assenza di scambio con l’esterno è diventata la precisa condizione che la mostra intendeva affrontare: invece di adattare allo spazio opere già esistenti, il progetto richiedeva di introdurre opere che, a priori, non avevano nulla a che fare con questa architettura, affinché ogni intervento potesse esistere soltanto come opera rigorosamente site-specific.”

S.F. “Fin dall’inizio, l’architettura dello SCHAUWERK è stata più di una semplice sede espositiva. Tutte le installazioni sono state sviluppate appositamente per l’ex edificio industriale e rispondono direttamente alla sua scala, alla sua materialità e alla sua storia. Ciò è particolarmente evidente nel lavoro di Lucia Koch. Per ‘Atmosphere Box’, l’artista si è ispirata all’idea di Alexander Dorner del museo come spazio esperienziale dinamico e come centrale energetica della percezione. Attraverso pellicole colorate, trasforma l’area d’ingresso in uno spazio di transizione sospeso tra l’alba e il tramonto. In questo modo integra consapevolmente sia la luce naturale sia quella artificiale, mostrando come la luce plasmi la nostra percezione dello spazio e del tempo.”

5. SCHAUWERK Sindelfingen Photo: Frank Kleinbach

“Anatomy of Presence” pone l’esperienza fisica e sensoriale in deliberato contrasto con un mondo sempre più virtuale. La luce è particolarmente interessante a questo proposito perché è intangibile, eppure capace di produrre esperienze estremamente fisiche di colore, profondità, temperatura e orientamento spaziale. Quale ruolo svolge la luce nel riconnettere i visitatori con il proprio corpo e con l’ambiente circostante mentre attraversano la mostra?

J.S. “Il paradosso della luce è precisamente ciò che la rende centrale nel discorso della mostra: non ha massa, non ha una consistenza che si possa afferrare, eppure produce sensazioni inequivocabilmente fisiche di calore, profondità e disorientamento, e fa sì che il colore prema sulla retina. In un momento in cui l’esperienza è sempre più mediata dagli schermi, in cui la presenza rischia di essere ridotta a immagine, la luce offre un contromodello: un fenomeno immateriale nella sostanza ma interamente incarnato nei suoi effetti.[…] In questo senso, la luce riconnette i visitatori a sé stessi proprio perché rifiuta di essere puramente ottica: chiede di essere sentita sulla pelle e nell’orecchio interno quanto dall’occhio, restituendo al corpo il suo ruolo di strumento primario attraverso cui il mondo, e la mostra, diventano leggibili.”

S.F. “Mentre ci muoviamo attraverso la mostra, la nostra percezione cambia continuamente. La luce rende evidente che la percezione non è un processo astratto, ma incarnato. In questo senso, la mostra invita i visitatori non soltanto a guardare, ma a diventare consapevoli di sé come corpi che percepiscono all’interno dello spazio.”

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