Cover: Terra Amara. TIMS&B Productions/Mediaset
La vera storia d’amore, quella tra le telespettatrici italiane e le soap turche, comincia con un’estate a Istanbul piena di ciliegie. Una maison di alta moda e una studentessa di acqua e sapone innamorate di un architetto che sembra un modello di Etro. Era il 2014 in Turchia, il 2016 sugli schermi italiani, e questa fiaba moderna si chiamava Cherry Season, la serie con Özge Gürel e Serkan Çayoğlu, attori diventati poi marito e moglie nella realtà. Il successo è stato immediato: in poche estati la dizi è diventata un genere mainstream nel palinsesto generalista italiano. La luce naturale aveva un grande ruolo in questi colpi di fulmine di giugno e luglio da televisore. Un formato commerciale in grado di fidelizzare grazie a intrecci avvincenti, al mood della favola, all’appeal di moderne Cenerentole ma anche a una palette solare: pastelli vaporosi, turchesi di mare, controluce dorati sui volti degli innamorati.
La prima era delle soap turche
L’era della luce d’estate nelle serie turche ha i suoi cult: Cherry Season, Bitter Sweet – Ingredienti d’amore, Mr Wrong – Lezioni d’amore, Love is in the Air, Forbidden Fruit, Be My Sunshine… e se ne potrebbero citare tante altre. Ma la vera responsabile della febbre dizi in Italia è DayDreamer – Le ali del sogno, in onda da giugno 2020 fino al 2021, complice l’appeal internazionale del protagonista Can Yaman: un mix & match tra Brad Pitt e Omar Sharif, divo poliglotta e polivalente, avvocato per formazione ma anche golden boy in grado di far volare lo share con una doccia en plein air in boxer, nel lussuoso giardino dei Divit.
DayDreamer e la fotografia dell’eterna estate
È proprio DayDreamer a custodire il segreto estetico del genere. La serie è ambientata alla Fikri Harika, agenzia pubblicitaria d’élite di Istanbul, i protagonisti sono una stagista sognatrice e un fotografo globetrotter. In pratica una perfetta mise en abyme: la soap che mette in scena il mondo che produce la sua stessa estetica. Quando Can Divit allestisce uno shooting, la serie sta mostrando il proprio apparato: riflettori, moodboard, still life accompagnano la trama romantica. I servizi fotografici in spiaggia o nel boscorappresentano l’immaginario dell’eterna estate, che ha tenuto incollate (anche in autunno e in inverno) su Canale 5 milioni di telespettatrici. La regola della fotografia di queste dizi sembra una sola: nessuna ombra deve oscurare la favola. È il regno dell’high-key, l’illuminazione piena e diffusa che cancella i chiaroscuri. La palette è quella della neverending summer, che rimanda a uno stato esistenziale fatto di profumo di crema solare, macchia mediterranea e Cornetti Algida. Gli esempi: il rosso lacca delle ciliegie e i toni sorbetto di Cherry Season, i pastelli zuccherini della pasticceria di Bitter Sweet – Ingredienti d’amore, i turchesi balneari di Mr Wrong – Lezioni d’amore, girata tra Istanbul e le spiagge assolate di Göcek. E poi la firma luministica del genere: il controluce del tramonto sui volti degli innamorati, un bagliore che rende queste rom-com delle cartoline di lusso.
La seconda era: dal Barocco al neo-noir
Perché è finita l’estate? Si potrebbero analizzare diverse motivazioni: politiche, sociali, culturali, di marketing. In particolare, il ciclo delle rom-com si era saturato, con decine di variazioni sullo stesso incontro tra lei, ragazza “normale”, e lui (apparentemente) irraggiungibile; il pubblico internazionale, ormai decisivo per i budget delle produzioni, dall’America Latina all’Italia, sembrava premiare il dramma cupo, il crime, il melodramma; e i produttori hanno cominciato a importare format già collaudati altrove, dall’Argentina al Giappone al Libano. Storie nate dark che pretendevano di restare dark. Ma qui ci interessa soprattutto un’altra domanda: che cosa è successo quando è finita l’estate delle serie turche? La dizi ha scoperto l’ombra.
Da La forza di una donna a Io sono Farah: la dizi scopre l’ombra
Tra le prime ad abbandonare l’impianto luminoso delle soap romantiche è stata La forza di una donna, una storia controcorrente ambientata nella vita quotidiana di Tarlabaşı, quartiere popolare di Istanbul. La serie è del 2017, ma in Italia è arrivata nel 2025, quando ormai il sole dell’estate patinata era già tramontato. In questa soap vediamo interni poveri illuminati da sorgenti vere, come una lampadina nuda, una finestra sul cortile, la palette desaturata con i grigi, i celesti e i toni aranciati della precarietà. È una luce cruda, un po’ da documentario, dove la warm light non è più il default della favola ma una conquista; appare solo quando Bahar e i suoi bambini hanno la fortuna di mangiare un piatto caldo.
Con Io sono Farah, il neo-noir entra nella generalista turca: low-key, neon freddi, stanze in penombra, fari d’auto, la notte di Istanbul e tanta azione. La protagonista è una dottoressa iraniana che diventa colf e ripulisce scene del crimine dopo la mezzanotte: un’anti-Cenerentola che rovescia l’archetipo delle serie romantiche. Sulla stessa lunghezza d’onda notturna si muove Racconto di una notte, che già dal titolo elegge l’oscurità a spazio per la storia: l’amore non si dichiara più sotto un cielo rosa o stellato, ma si scopre nel cuore della notte in un luogo lunare come Pamukkale.
Far Away rappresenta la sintesi di questa nuova grammatica luminosa, il Barocco compiuto. Girata a Mardin, tra i konak di pietra aperti sulla pianura mesopotamica, è una serie insieme luminosa e oscura: c’è il sole del sud-est, ma entra a lame nei cortili, disegna chiaroscuri da pittura caravaggesca, si spegne in interni dove lutti e intrighi pericolosi vestono di nero l’inquadratura. La pietra dorata funziona come un gigantesco riflettore ambrato e la Mesopotamia sostituisce il Bosforo: non è più fondale-promessa, ma fondale-destino.
Due ere ci lasciano una domanda: quale sarà la prossima? Ma anche una certezza: la fotografia nelle serie turche è sempre stata un tema fondamentale, non solo per attirare il pubblico ma anche per affermare un’identità (nazionale) di genere all’interno di un’industria televisiva che, per ritmi produttivi e capacità di esportazione, può quasi competere con Hollywood. L’estate perpetua illuminava per promettere (l’amore), il Barocco oscuro illumina per pesare il prezzo che ogni personaggio paga per sopravvivere alla propria storia. In mezzo ci siamo noi, passate e passati dai controluce del Bosforo alle lame di sole sulla pietra di Mardin senza cambiare canale. La Turchia televisiva, in fondo, non ha smesso di illuminarci, anche quando ha cominciato a modulare la luce. E noi abbiamo continuato a guardarla, anche dopo la fine dell’estate.




