Classe 1992, nata a Pisa, Virginia Cei è ancora giovane, ma non alle prime armi. Dopo il diploma in disegno industriale al liceo artistico, matura esperienze in Italia e all’estero nel settore della produzione artigianale del mobile. Oggi prosegue il suo percorso professionale nell’ambito dell’illuminazione decorativa come designer per Italamp.
Tra giovani e maestri, tra maschile e femminile, tra colorato e in scala di grigio, il design tende un po’ ad andare per “etichette”. Vorrei invece lasciare alle spalle ogni forma di confinamento e sapere qual è la tua definizione di design…
«Per me il design non è un’etichetta e nemmeno una categoria in cui entrare, è un modo di osservare e di prendersi cura. È progettare qualcosa che migliori la vita di chi lo usa, anche in modo silenzioso, attraverso proporzioni giuste, materiali e una luce pensata bene. A volte sentirsi dire “sei ancora troppo giovane, ti manca esperienza”, mi rattrista, perché può diventare un freno. Rischia di spegnere l’entusiasmo, quell’energia viva che fa porre domande, provare, crescere… In realtà non si smette mai di imparare, a nessuna età, e in un mondo che corre così veloce lo scambio tra generazioni è fondamentale: chi è più giovane porta slancio, sensibilità nuova e velocità di lettura, chi è più esperto porta profondità, di metodo e visione».
Cosa ti piace dell’essere designer?
«Il fatto che questo lavoro mi obbliga a restare curiosa e presente. Amo stimolare la creatività e ascoltare, osservare. Una cosa che mi piace molto, ad esempio, è indagare da dove nascono le proposte dei designer esterni che seguiamo in Italamp: mi permette di capire cosa trasmettiamo davvero come azienda e come possiamo migliorarci. Ogni progetto che arriva è uno specchio: racconta chi siamo e dove possiamo andare. Ogni lampada è una storia di vita: del progettista, dell’azienda, di chi la utilizzerà. Ed è questo intreccio che mi fa sentire parte di qualcosa che cresce, si evolve e sorprende sempre».
La sua lampada da tavolo Universale, così come le collezioni Gocce e Aurora, sono esempi di successo prodotti da Italamp. Ci racconti queste storie progettuali, la magia della loro genesi, il loro vissuto?
«Queste collezioni raccontano tre momenti diversi della mia vita, e credo che per questo abbiano una forza molto personale. Italamp ha creduto nelle mie idee fin dall’inizio: disegnare per un’azienda con 50 anni di storia significa camminare dentro una tradizione viva, fatta di tecnici, artigiani, designer e persone che conoscono profondamente questa materia.
Universale è nata come un’esplosione creativa che avevo dentro da molto tempo, un’emersione naturale dopo cinque anni trascorsi a Doha: un’esperienza che mi ha cambiato nel profondo, mi ha messo di fronte a culture e ritmi diversi, e soprattutto a me stessa. Da lì ho compreso veramente il senso dell’amore universale, qualcosa che trascende le forme e appartiene a tutti. Universale ha il cristallo toscano come protagonista, enon è un caso ; è un legame diretto con la mia terra, un modo per riportare a casa ciò che avevo imparato lontano. Aurora ha una genesi più intima, quasi segreta. È nata mentre io stessa stavo cambiando, prima ancora di accorgermi del tutto che ero in dolce attesa. Questa collezione porta dentro quella delicatezza nuova, quella luce d’inizio, come l’alba. Gocce nasce invece da un brief più preciso, e questo per me non è mai un limite, anzi, mi obbliga a focalizzarmi, a essere essenziale, a trasformare una richiesta tecnica in una poesia possibile. Da qui l’idea di modularità, fluidità, sintesi».
Con Universale, nel 2022, sei stata chiamata a partecipare alla mostra “DDD – DieciDonneDesigner” – organizzata dalla Fondazione Pio Manzù, curata da Federica Sala e allestita da Sara Ricciardi – che l’ha portata in giro per l’Italia a toccare luoghi e dimore storiche.
«Parteciparvi è stato un dono, un onore, un’esperienza bella ed emozionante in cui ho incontrato persone straordinarie e respirato un clima di rispetto, ascolto e condivisione. L’ho vissuta come una possibilità che la vita ti mette davanti quando stai lavorando con sincerità. A volte non è una questione di merito ma bensì d’incontri, di tempi che si allineano, di persone che credono in te nel momento giusto. Mi ha lasciato un senso di gratitudine profonda e la conferma che il design è prima di tutto un viaggio umano fatto di relazioni, di apertura e di quella leggerezza che ti permette di continuare a crescere senza perdere autenticità».
Un viaggio, giusto. Questo ci porta anche a osservare quanto sia importante riuscire a proporre “reazioni” anche destrutturando, portando fuori, andando oltre i canonici paradigmi e costrutti. Quello che sta facendo Maria Porro con il Salone.Milano, epicentro mondiale della creatività…
«Il design non deve vivere solo nei luoghi “giusti”, ma nei luoghi veri. Portare i progetti fuori dai contesti canonici è un esercizio di umiltà e di verità perché si smette di parlare solo a chi è già dentro il sistema e si inizia ad ascoltare le reazioni di chi semplicemente abita quegli spazi. Spostarsi fuori dai paradigmi è proprio un modo per semplificare, per arrivare al cuore. Il Salone è un epicentro naturale, che acquista ancora più valore quando diventa anche una piattaforma aperta, porosa e capace di dialogare con la città con altre discipline e con generazioni diverse. Proporre “reazioni” significa accettare che il progetto non è più solo nostro ma appartiene ai luoghi e alle persone che lo incontrano e lo vivono. Per me questo è il punto più interessante della creatività oggi».
Come è stata la tua esperienza a Doha?
«Vivere e lavorare in Qatar mi ha fatto capire una cosa fondamentale: la cultura è la vera radice del design. In Italia la diamo quasi per scontata, perché è stratificata, antica, respirabile ovunque, ma in altri Paesi, soprattutto giovani come Doha, la cultura è qualcosa che si sta ancora costruendo, giorno dopo giorno. E questo non è un limite ma è un processo affascinante, potentissimo. I Paesi del Golfo cambiano molto velocemente, e il Qatar sta costruendo la propria identità visiva e progettuale con ambizione e grande apertura verso il mondo».
Differenze sostanziali?
«La differenza principale con il Made in Italy non è nella qualità del progetto – che può nascere ovunque –, ma nella maturità del contesto. In Italia, quando si progetta, si avverte immediatamente la storia tra materiali, proporzioni, tradizioni, mestieri. In Qatar invece si crea dentro un terreno nuovo, fertile, che sta cercando la sua voce. Il tempo in Italia è sedimentato, qui è in costruzione».




