Il pensiero di Piero Castiglioni

La progettazione come forma di artigianato, la luce come materiale costruttivo, la cultura come base imprescindibile di un buon lavoro. Le idee chiare e il pensiero cristallino di un vero maestro della luce.

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«Bisogna dialogare con le forme architettoniche per fare un buon progetto illuminotecnico, sono le pietre e i mattoni stessi a suggerire come devono essere illuminati. Non c’è una ricetta perfetta, non esistono ingredienti predosati: serve dialogare con il contesto» dichiara l’architetto Piero Castiglioni. Lui che, primo in Italia, ha fatto del lighting design una professione, continua a progettare in Italia e all’estero, senza scordarsi mai della “sua” Milano.

In diverse occasioni si è definito “architetto elettricista”. É una descrizione in cui ancora si riconosce e che cosa sottende la scelta di queste parole?

«La mia visione del mondo della progettazione è artigianale, il saper fare è una dimensione che va recuperata. Il mio pensiero deriva dall’esperienza della mia famiglia, mio nonno Giannino Castiglioni era uno scultore-architetto, ha realizzato oltre 60 tra tombe e cappelle al Cimitero Monumentale di Milano, diversi monumenti ai caduti nel nord Italia. Lui si è sempre definito artigiano non artista, ed era corretto perché ha sempre lavorato su commissione a differenza di suoi contemporanei, come Medardo Rosso, che invece scolpiva opere di sua iniziativa. 

In un certo senso anche mio padre Livio e i suoi fratelli, ovvero i miei zii, Achille e Pier Giacomo, hanno sempre lavorato in maniera artigianale. Ricordo che i loro progetti di design nascevano da modelli in gesso e plastilina, non avevano computer o programmi di renderistica, pertanto il loro spazio era una sorta di bottega. Anche io sono un progettista che approccia il lavoro in maniera artigianale, questo significa per me essere architetto elettricista: ogni progetto ha origine dalla visione di uno spazio o di un edificio, la luce nasce di volta in volta come conseguenza di un pensiero e di un’osservazione». 

1. Piero Castiglioni

Come si diventa un professionista della luce? 

«Bisogna saper progettare, intuire cosa è necessario fare e poi riuscire ad applicare alla pratica tutti i pensieri e le idee. Odio la parola creatività, è un concetto che non esiste! Ciò che è creativo attiene a concetti religiosi, le divinità fanno apparire dal nulla oggetti o esseri viventi. Gli architetti e i designer, più semplicemente, hanno delle intuizioni che riescono poi a tradurre in forme. Lo stesso accade nel progetto di illuminazione, tutto sta nel capire cosa si deve fare e come farlo, si devono esaltare le forme e le finiture attraverso la luce, si devono rendere leggibili i dettagli. L’aspetto tecnico si impara frequentando dei master universitari o corsi di specializzazione, le finezze si apprendono sul campo, non può però mancare una grande cultura di base e la capacità di progettare, di programmare a lungo termine, di avere visioni».

 

Nella sua carriera ha lavorato con diversi architetti premi Pritzker su progetti di risonanza internazionale, non da ultimo Chipperfield insignito del riconoscimento quest’anno. Qual è stato l’incontro più importante della sua carriera e perché?

«L’incontro più importante e più stimolante dal punto di vista professionale è stato quello con Gae Aulenti, quando abbiamo progettato il Musée d’Orsay. Riconvertire una stazione ferroviaria in museo è stato qualcosa di eccezionale, studiare le luci è stato difficile perché Aulenti non voleva si vedessero gli apparecchi. L’architettura stessa era studiata per distribuire la luce, è stato molto difficile arrivare al risultato ottimale e confrontarsi con un’istituzione che, di fatto, è tra le più importanti di tutta la Francia».

2. Parigi - Museo D’Orsay - Ph. Piero Castiglioni

Lei è molto attivo a Milano, recentemente ha illuminato la Fondazione Rovati – nuovo tassello della cultura in città. Che esperienza è stata?

«Anche in questo caso si è trattato di un progetto creato passo passo, e non con poche difficoltà. In una prima fase ho lavorato su un mock-up dell’allestimento di Cucinella, dove i reperti erano sostituiti con oggetti in polistirolo. Quando siamo passati a testare l’illuminazione con le opere museali il risultato era completamente diverso e non soddisfacente, non si leggevano i dettagli, i decori, le incisioni… Abbiamo dovuto azzerare quanto fatto e ripartire per arrivare al risultato che si vede oggi, di cui siamo molto soddisfatti. L’illuminazione, soprattutto nelle sale sotterranee, è fondamentale per creare una semi-oscurità che dia l’impressione di scendere in una tomba o in una grotta, alla scoperta di un tesoro, garantendo però una buona fruizione delle opere in mostra».

 

Ha collaborato all’illuminazione di City Life e ora sta lavorando all’illuminazione di CityWave di BIG, l’ultima aggiunta al quartiere. Che cosa possiamo aspettarci da questo progetto?

«Quella pensata per la grande vela sospesa del portico di ingresso alla Piazza Tre Torri sarà una luce indiretta. Abbiamo cercato apparecchi molto piccoli, da integrare in maniera invisibile nei tiranti che sorreggono la lunga copertura. Attendiamo con ansia la realizzazione per vedere il risultato, abbiamo fatto molte simulazioni digitali ma è solo in cantiere che saremo in grado di verificare tutto. Con BIG abbiamo lavorato anche all’illuminazione del nuovo quartier generale di San Pellegrino, esaltando gli intradossi dei grandi archi che compongono il ponte e l’edificio. Bjarke Ingels, fondatore di BIG, è un personaggio molto interessante, a differenza di altri progettisti non ha uno stile che lo rende riconoscibile e che adatta al contesto, ma riesce a definire architetture sempre di rottura che sono perfette per il contesto in cui si trovano e per la destinazione d’uso che hanno, senza mai dimenticare la volontà dei committenti. Anche Renzo Piano (Premio Pritzker nel 1998, tra i suoi progetti più conosciuti si annoverano il Centre Pompidou di Parigi, il grattacielo The Shard a Londra e il viadotto sul Polcevera che ha sostituito il ponte Morandi a Genova N.d.R.), con cui ho lavorato diverse volte, ha la stessa capacità».

3. Milano - City Wave Render

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